analisiLE SINISTRE D’EUROPA

Psoe senza bussola e senza leader

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Il successo riportato con una maggioranza assoluta nelle elezioni della primavera 2004 dal partito socialista spagnolo era stato considerato una sorta di resurrezione miracolosa. Perché si riteneva, alla vigilia delle consultazioni, che non sarebbe mai riuscito a tornare al potere dopo che era stato travolto nel 1996, in seguito a una serie di scandali finanziari e di episodi di corruzione, oltre che dai pesanti colpi di una crisi economica, la compagine che Felipe Gonzalez aveva guidato con altrettanta abilità tattica che acume politico (durante la transizione post-franchista della Spagna verso un sistema democratico), per portare poi il Psoe, nelle elezioni dell’ottobre 1982, a una vittoria storica e per mantenerlo al potere avendo avuto la meglio in altre tre tornate.

È vero che il Partito socialista, dopo esser stato surclassato dal Partito popolare di José Maria Aznar, aveva continuato a gestire varie comunità autonome e numerose e importanti amministrazioni municipali. Ma ben pochi si aspettavano che un outsider pressoché sconosciuto rispetto ad altri candidati, eletto dal Congresso del partito nell’estate del 2000, come José Luis Rodriguez Zapatero, avrebbe compiuto appunto il “miracolo” di vincere le elezioni nel marzo del 2004: tre giorni dopo il sanguinoso attentato terroristico dell’11 marzo ordito a Madrid da Al Qaeda che, avendo sconvolto il Paese, sembrava dovesse concorrere, sul piano politico interno, alla conferma di un governo di destra in quanto ritenuto in grado di reagire energicamente all’aggressione jihadista.

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Era così iniziata l’“era” di Zapatero, a capo di un esecutivo sostenuto anche da altri partiti della sinistra. E la prima eclatante novità del suo governo stava nel fatto che era composto in egual misura da uomini e donne, e che una di esse era stata chiamata a ricoprire anche la carica di vicepresidente del Consiglio, con analoghe funzioni del presidente quando questi fosse stato impegnato all’estero. Inoltre Zapatero s’era pronunciato fin da subito per l’adozione di alcune riforme radicali, all’insegna sia della laicità dello Stato che di un orientamento fortemente antitradizionalista, in materia di diritti civili e libertà individuali, in anticipo rispetto ad altri Paesi di matrice cattolica.

Benché molti prevedessero che, proprio per questa sua sortita che aveva suscitato non poche controversie fra tanti benpensanti, il partito socialista avrebbe perso parecchi dei consensi fino ad allora acquisiti, Zapatero ce l’aveva fatta a superare brillantemente anche la prova elettorale del 2008, ottenendo quasi il 44% dei suffragi. Senonché, a bloccare le sue fortune politiche furono le ripercussioni della Grande crisi esplosa dall’anno dopo in Occidente, in seguito al crack di Wall Street, che, via via aggravatesi e destinate a dar luogo a crescenti movimenti di piazza contro le prescrizioni imposte da Bruxelles in nome dell’austerità nella gestione del bilancio pubblico, indussero il governo del leader socialista, dopo «600 giorni di vertigine» (come da lui vennero definiti in un suo libro di memorie) a dimettersi e a indire elezioni anticipate per il novembre 2011, in cui il Psoe venne sonoramente battuto. Tre mesi dopo Zapatero lasciò anche la segreteria del partito, che poi subì una nuova sconfitta nelle elezioni europee del 2014, per opera del Partito popolare di Mariano Rajoy, più disposto a seguire le direttive della cancelliera tedesca Angela Merkel incline ad agire con un occhio di riguardo nei confronti di un “confratello” di centro-destra.

D’altronde il nuovo segretario socialista Pedro Sánchez, scelto nel luglio successivo da un Congresso straordinario con il 49% dei voti, non riuscì, dopo le elezioni generali del dicembre 2015 e quelle del giugno 2016, a ottenere l’appoggio del nuovo partito di Podemos durante il lungo stallo politico-istituzionale del Paese, reso ancor più complicato dalle vigorose rivendicazioni autonomistiche da Madrid diffusesi in Catalogna e condivise in gran parte anche dalla sinistra. Alla fine, in ottobre, la maggioranza del gruppo parlamentare socialista, decidendo di astenersi durante il voto di investitura di un secondo governo Rajoy, ha segnato il ritiro di Sánchez pure dalla vita pubblica.

Di conseguenza il Psoe, già colato a picco nei consensi sul fronte della sinistra, è rimasto adesso senza più un leader (dopo il suo passaggio, in via provvisoria, sotto la guida del governatore delle Asturie Javier Fernández) né una precisa bussola politica. Tanto che non va esclusa una sua ulteriore scissione.

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