Ricette per la crescita

Pubblico e privato insieme per creare le basi di un Paese più moderno

di Guido Rosa

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3' di lettura

La crisi conseguente alla pandemia ha messo in evidenza le debolezze e le arretratezze di un Paese, l’Italia, che non cresce
da oltre 20 anni.

I motivi sono molteplici e complessi e vanno in sintesi ricercati in un apparato pubblico-privato che, pur con qualche punta di eccellenza, non ha saputo tenere globalmente il passo di sviluppo di altri Paesi. Lungo sarebbe analizzare le cause che vanno da una pur sempre diffusa mentalità non proprio favorevole all’impresa e al capitale, a un complessivo funzionamento dell’apparato pubblico che sembra essere per nulla ricettivo a nuove iniziative, se non addirittura di ostacolo.

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La svolta percorsa dall’Italia, così come da altre nazioni, con politiche di sostegno diretto a protezione del sistema economico e sociale, è stata la risposta più immediata per contenere la fase emergenziale, ma rischia di non essere sufficiente. L’enorme indebitamento che da anni affligge il nostro Paese, che quest’anno arriverà a toccare
il 160% del Pil, pone certamente un limite all’intervento pubblico.

Anche gli aiuti mesi in campo dalla Commissione europea con il Next Generation Eu (che per una parte consistente contribuiscono comunque ad aumentare
il livello di debito) rischiano di non essere adeguati nel lungo periodo.

In assenza di risorse infinite, una strada da percorrere, è quella del potenziamento degli strumenti di cooperazione tra autorità pubbliche e operatori economici privati coinvolgendo capitali, anche stranieri,
in progetti di crescita.

In questo ambito, per esempio, il project financing potrebbe rappresentare uno strumento in più per fronteggiare la scarsità di risorse e attrarre capitali indispensabili a colmare il gap infrastrutturale. Purtroppo, in Italia, questo strumento di cooperazione pubblico-privato è ancora poco utilizzato a causa di alcune criticità di sistema come la presenza di procedure burocratiche troppo lente che determinano forti rallentamenti dell’iter realizzativo a cui fa da contraltare la mancanza di qualità tecnico-progettuale da parte delle stazioni appaltanti, in particolari locali, e delle imprese. Nel project finance, la quota degli operatori e capitali esteri si conferma importante (51% del controvalore complessivo), ma occorre fare di più perché
i margini di miglioramento sono molti.

Altra forma di cooperazione deve riguardare
il settore della ricerca. Occorre implementare una strategia che integri le politiche della ricerca con quelle industriali, sul modello anglosassone. L’esempio degli Stati Uniti, ma anche di alcuni Paesi europei, ci mostra come molte delle scoperte più innovative arrivano da investimenti del settore pubblico (che ha capacità di spesa e di sopportazione del rischio). Scoperte che poi necessitano della capacità dei privati per lo sviluppo e la declinazione a fini commerciali.

In questo senso il governo deve non solo investire di più ma anche coordinare meglio le attività di Ricerca e sviluppo guidandole verso obiettivi concreti e di interesse generale (ad esempio la salute, l’information technology,
la tutela ambientale, temi, tra l’altro, indicati dalla Commissione europea).

Un altro possibile elemento di cooperazione da considerare è la creazione di un fondo sovrano (sul modello della Norvegia o dei Paesi del Golfo). Un Fondo in cui possano confluire risorse pubbliche (es. parte dei fondi del Recovery Fund) e private (es. risparmio raccolto su base volontaria attraverso forme di incentivazione fiscale come avviene per i Pir).

Ma anche questo rischia di non essere sufficiente se, contemporaneamente non vengono realizzate le riforme strutturali e della burocrazia, della giustizia, del fisco, della scuola. Sì, della scuola, ma non semplicemente attraverso assunzioni di nuovi insegnanti
o di modernizzazione delle infrastrutture materiali, bensì una rivoluzione educativa dei nostri giovani in senso più scientifico e meritocratico per adattarsi ai tempi. Anche perché molti settori dell’economia si trasformeranno da fisici a digitali.

Il Recovery Fund deve essere utilizzato prima ancora che come una fonte di finanziamento, come un’occasione per avviare un processo di modernizzazione economica e sociale e l’attuazione di quelle riforme strutturali di cui il Paese ha assoluta necessità non solo per migliorare il funzionamento dello Stato, ma anche per dare un segnale importante di necessaria modernizzazione agli operatori economici e a tutta la società.

Dobbiamo preparare una nuova classe dirigente, una nuova imprenditoria e una nuova generazione produttiva che sia in grado di proiettare nel futuro i benefici del Recovery Fund. Soprattutto pensando che sono in larga misura soldi a debito.

Riproduzione riservata ©

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