diritti civili

Pugni neri contro il cielo: 50 anni fa la protesta di Smith e Carlos a Mexico ‘68

di Dario Ricci

Al centro, Tommie Smith, John Carlos (d) e Peter Norman a sinistra (AnsaAp)

5' di lettura

Due pugni inguantati di nero sollevati verso il cielo, le teste reclinate verso il basso, niente scarpe ai piedi. Sono le 20.41 quando le prime note dell’inno americano cominciano a risuonare nello stadio Olimpico di Città del Messico.

È la premiazione dei 200 metri maschili, vinti dall’ afroamericano Tommie Smith col record mondiale di 19”83, davanti all’australiano Peter Norman, che solo al fotofinish e dopo una prodigiosa rimonta ha strappato l’argento all’altro afroamericano John Carlos. Pochi istanti, e i pugni di Smith e Carlos cominciano a sollevarsi in alto, mentre Norman, che ne condivide la protesta e le sue motivazioni, guarda dritto davanti a sé, indossando sulla tuta ufficiale un distintivo dell’ Olympic Project for Human Rights, il programma di rivendicazione dei diritti umani e civili creato dal sociologo e attivista Harry Edwards, cui aderiscono gli stessi Smith e Carlos.

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ASCOLTA LA TRASMISSIONE DI RADIO24/ Cinquanta anni fa, pugni neri verso il cielo: la parabola di Tommie Smith e John Carlos

Quel podio, immortalato in una foto, diventerà una delle immagini-simbolo del Ventesimo secolo. Sono passati 50 anni da quell’Olimpiade, da quell’anno, da quella protesta. Come nacque quell’episodio? Cosa accadde ai protagonisti? Quali tracce sono ancora visibili? Scandagliando tra consapevolezza e memoria, proviamo a vedere quale luce riverbera, ancora oggi, quel podio di mezzo secolo fa.

Un anno incandescente - L’offensiva del Tet che aveva svelato le ipocrisie della Guerra che gli stati Uniti stavano conducendo in Vietnam; l’assassinio di Martin Luther King, le proteste degli studenti nel “maggio francese” dilagate in tutte le piazze occidentali, e poche settimane dopo l’omicidio di Bob Kennedy, che anticipava di un’altra manciata di settimane l’ingresso dei carri armati di Mosca a Praga, a spegnere la breve “primavera” di Dubček. Eventi, in quel 1968, che non potevano non scuotere dalle fondamenta anche il movimento olimpico, che si apprestava a celebrare dal 12 ottobre a Città del Messico i Giochi della 19esima Olimpiade,dopo che a febbraio era stata Grenoble a ospitare quelli invernali, capaci di esaltare la roboante grandeur di De Gaulle, ma anche le imprese azzurre di Franco Nones, Eugenio Monti, Erika Lechner. Senza dimenticare i vènti di boicottaggio, proprio da parte degli atleti afroamericani, che avevano scosso fino alla vigilia la marcia d’avvicinamento a quelle Olimpiadi, ulteriore frutto amaro dell’uccisione di King e dell’apertura del Cio guidato da Avery Brundage alla riammissione (poi rientrata) ai Giochi del Sudafrica dell’apartheid. Senza dimenticare la strage di Piazza delle Tre culture, che bagna del sangue degli studenti messicani quell’Olimpiade, appena dieci giorni prima la sua inaugurazione. È questo il contesto in cui matura il clamoroso gesto di Smith e Carlos (e condiviso da Peter Norman, l’australiano che aveva a sorpresa conquistato l’argento) sul podio dei 200 metri, quel 16 ottobre 1968.

Peter Norman non ebbe neppure la comunità afroamericana come riferimento e sostegno. Le scuse del governo australiano arrivarono solo postume

Riscatto e oblio - Pagarono duramente, Smith, Carlos e lo stesso Norman, quel gesto di dignità, volontà e denuncia. Espulsi dai Giochi, emarginati dal mondo dello sport e dell’atletica, costretti a vivere di espedienti per garantire la sopravvivenza di famiglie che andarono comunque in frantumi. Ma almeno loro, Smith e Carlos, avevano la comunità afroamericana come riferimento. A Norman venne negato anche questo: rifiutatosi di ritirare la sua adesione ideale alla protesta dei due amici-avversari, subì le pressioni del Comitato Olimpico australiano, che di fatto ne impedì la partecipazione ai Giochi di Monaco 1972. Inghiottito dall’oblio, vittima di depressione e alcolismo, Norman presenziò ai Giochi di Sydney 2000, ma non su invito del comitato organizzatore olimpico australiano, ma grazie a un invito del comitato olimpico statunitense, che aveva nel frattempo riabilitato Smith e Carlos. Quando Norman morì, 64enne, il 3 ottobre 2006, i due volarono in Australia per rendergli l’ultimo omaggio e portarne a spalla la bara. Le scuse ufficiali del Parlamento australiano arriveranno solo postume, nel 2012, in una dichiarazione che riconoscerà il valore del Norman atleta (ancora detentore del primato nazionale sui 200 metri!) e uomo.

La memoria e una statua - C’è un altro luogo in cui Smith, Norman e Carlos restano ancora oggi uniti, e lo saranno per sempre. Nel cortile della San José State University, nel 2005, dopo anni di tentativi e resistenze burocratiche, è stata eretta una statua, alta sei metri, che raffigura il podio di quel 16 ottobre 1968. Ma mentre le figure di Smith e Carlos sono ben presenti ed evidenti in tutta la drammaticità della loro postura, di Peter Norman vi sono solo le orme, sul secondo gradino del podio. Fu proprio l’australiano, in occasione dell’inaugurazione dell’opera, a spiegare il senso profondo di questa scelta, condividendola: «La protesta di quel giorno fu di Tommie e di John; io vi aderii con convinzione, ma loro la idearono, la misero in atto, ne subirono le conseguenze così come prima avevano subìto ogni tipo di discriminazione. È giusto così, anzi questa scultura ci ricorda che allora io fui su quel podio, ma oggi ognuno di noi può salirvi, su quel secondo gradino, per essere a sua volta Peter Norman, e condividere a sua volta quella protesta per un mondo più giusto e libero».

Senza quei pugni alzati, oggi tutto questo non sarebbe stato forse possibile

Presente e futuro - «Senza quei pugni alzati, oggi tutto questo non sarebbe stato forse possibile», disse Barack Obama nel 2008, in occasione del 40esimo di Mexico ’68 e della sua elezione a primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. E lo stesso Obama volle ospitare alla Casa Bianca Smith e Carlos nel settembre 2016, a poche settimane dal termine del suo secondo mandato. Eravamo all’alba dell’era-Trump, che ha reso ancor più incandescente il confine tra sport e politica in America. Confine sul cui crinale più scosceso s’è inginocchiato quel Colin Kaepernick che con il suo piegarsi all’esecuzione dell’inno nazionale e i suoi capelli ’afro’ è diventato il simbolo, nella Nfl (da cui ora è emarginato, perché senza contratto, lui che certo non era il peggior quarterback della Lega…) e non solo, della nuova protesta per i diritti civili, a fronte delle violenze perpetrate dalla polizia, in particolare nei confronti di afroamericani. Gesto di dissenso che è poi dilagato in molte altre manifestazioni sportive a qualsiasi livello, tanto da diventare un brand di cui si è impossessata la stessa Nike, volendo proprio Kaepernick come suo testimonial. Caso estremo e non paradigmatico, mentre la tendenza è oggi, a fronte proprio del trumpismo dilagante fin quasi all’invadenza, quella di riscoprire la militanza e l’impegno civile, dopo una generazione di stelle afroamericane dello sport a stelle strisce che quasi avevano spinto sullo sfondo la loro appartenenza sociale, ssacrificandola sull’altare di assegni a nove zeri.
Insomma il braccio di ferro per il rispetto di diritti civili e umani è una sfida ancora tutta da giocare. O meglio da rigiocare ogni volta che l’eredità di quei pugni alzati verso il cielo, di chi li precedette e di chi li seguì, viene nuovamente messa a rischio.

Dario Ricci *Conduce su Radio24 “Olympia-miti e verità dello sport” (ogni domenica dalle 16.30), che a ottobre dedica quattro puntate speciali proprio alle Olimpiadi di Messico 1968
La puntata di Olympia dedicata a Smith e Carlos

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