Investimenti

Puntare su arte tessile e arazzi contemporanei: le quotazioni più interessanti

Le opere di filo e stoffa tornano protagoniste nel collezionismo di qualità e nella ricerca di nuovi mezzi di comunicazione, anche nell'era digitale.

di Silvia Anna Barrilà e Marilena Pirrelli

“Papillon de la noche” (2020), Marie Jacotey. “Shiraz” (2020), Sheila Hicks. “Woven Window” (2021), parte dell'installazione“Woven Cosmos” di HellaJongerius. “Cape et gilet jaune”(2020), Chalisée Naamani, “Workingfather - Mask and gloves” (2018).

5' di lettura

Il destino di tante artiste del passato è accomunato da una caratteristica, che ha influenzato sia l'esito della loro produzione artistica sia la loro fortuna sul mercato, ed è la mancanza di un atelier in cui lavorare e la necessità di ritagliarsi momenti per produrre all'interno delle pareti domestiche, con materiali trovati in un cassetto o in un armadio, pronti ad essere riposti velocemente quando è il momento di tornare alle vicende familiari. È così che, mentre gli uomini hanno prodotto grandi sculture in metallo o tele monumentali in studio, il lavoro di tante artiste si è tradotto in piccole opere su carta o, ancora più spesso, su tessuto, ma non per questo meno incisive.

“Bell [Dzwon]” (1977), Barbara Levittoux Świderska.

Anzi, l'utilizzo del filo e della stoffa, materiali tradizionalmente legati alla sfera femminile, ha dato vita ad opere dal profondo significato politico e sociale, opere capaci di sventolare come bandiere i loro messaggi legati all'identità, all'emancipazione, al femminismo, al corpo. Un'artista come Annegret Soltau, per esempio, tedesca, classe 1946, attiva a partire dagli anni Settanta, usava il filo per legare il proprio viso, che poi fotografava e ricamava, per denunciare i conflitti familiari, le costrizioni sociali e le discriminazioni (prezzi da Richard Saltoun 4mila-250mila euro). Negli stessi anni Su Richardson (1947) usava l'uncinetto e tanta ironia per sovvertire il ruolo dell'“artista casalinga” (è famosa la sua azione nel 1977 Portrait of the Artist as Housewife, in riferimento al primo romanzo di James Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man. Anche le sue opere si trovano da Richard Saltoun a 400 euro-30mila euro). Soprattutto in Polonia, l'arte tessile ha trovato terreno fertile con artiste come Barbara Levittoux-Świderska, Magdalena Abakanowicz e Jolanta Owidzka, che hanno tradotto materiali e tradizioni del mondo rurale in sculture fatte di intrecci di fili (Barbara Levittoux-Świderska quota tra 2mila-150mila euro, mentre Jolanta Owidzka tra 15mila-50mila euro, entrambe da Richard Saltoun).

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Fur from the White Partisan series” (2012–16), Magdalena Kita.

Ma l'arte tessile non è solo prerogativa delle donne. Oramai è entrata a pieno titolo nell'arte contemporanea come mezzo espressivo per trattare tematiche universali. L'artista filippino Cian Dayrit , classe 1989, utilizza il ricamo per narrare le conseguenze del colonialismo e lo sfruttamento delle popolazioni marginalizzate (prezzi da Nome Gallery, 12mila-35mila euro). Chalisée Naamani , francese di origini iraniane, classe 1995, pone al centro del suo lavoro gli aspetti sociali della moda e le riflessioni sulla produzione e distribuzione dei vestiti. Nelle sue opere si incontrano la cultura occidentale e orientale: la moda è identità, le stoffe si caricano di immagini come su Instagram e l'abbigliamento diventa un modo per esprimere il senso di appartenenza ad una comunità (prezzi 1.200 euro-8mila euro). Un discorso che è stato messo in luce anche in una mostra da poco conclusa alla Kai 10 Arthena Foundation di Düsseldorf, intitolata Active Threads, fili attivi, dedicata proprio all'arte tessile come efficace mezzo di comunicazione, anche nell'era digitale. Tra gli artisti esposti, oltre a Dayrit, c'era anche Magdalena Kita , classe 1983, che parla della società polacca attraverso l'appropriazione di sciarpe delle squadre di calcio e dipinti sulle pelli di animali (150 euro-4mila euro).

L'arte tessile parla anche del rapporto tra uomo e natura. Vivian Suter , nata a Buenos Aires nel 1949, figlia di emigrati svizzeri, da 30 anni vive in Guatemala sulle rive del Lago Atitlán. Realizza i suoi dipinti in interno ed esterno, esponendo le stoffe alla luce, al vento, alla pioggia, al fango, in un continuo scambio tra la mano dell'artista e la casualità della natura, che diventa co-autrice delle opere. Anche per Sheila Hicks , americana, classe 1939, pioniera dell'uso del filo nell'arte, lo spazio naturale è determinante: ciascun'opera si inserisce nel contesto rispettandone la luce, la temperatura, il clima. Nel suo caso, la scoperta del tessuto come mezzo espressivo risale ad un viaggio in Sudamerica e all'incontro con la tradizione artistica precolombiana. In quel momento l'artista ha riconosciuto come, attraverso il filo, poteva superare la dualità tra colore e tela (prezzi da Francesca Minini 30mila-250mila dollari). Le opere di Hella Jongerius , artista e designer olandese, classe 1963, sono realizzate con scarti dell'industria tessile e rimandano alle culture antiche, che utilizzavano la tessitura per comprendere i movimenti del sole e della luna, per prevedere il tempo e rappresentare la vita e la morte. L'intreccio di trama e ordito si rivela un processo meditativo dal potere curativo per il singolo e la società – pensiamo alla famosa azione di Maria Lai , che nel 1981 con un filo ha legato i cittadini di Ulassai, in Sardegna, alla montagna. La tattilità del tessuto incoraggia la riflessione sul corpo, come nel caso di Marie Jacotey , francese, classe 1988, che utilizza un'estetica punk per mettere insieme lembi di stoffa in cui narra momenti privati e, talvolta, autodistruttivi (prezzi 600-5.500 euro), o di Margherita Raso , in mostra fino al 17 dicembre nella Project Room della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, che, nelle stoffe lavorate a telaio jacquard, gioca con l'impatto materico del tessuto, i chiaro-scuri, il contrasto opaco-lucido, l'impermanenza della forma (prezzi 3mila-13mila euro, da Fanta Mln).

“Lentezza No. 1” (2021), Margherita Raso.

Un discorso a parte merita l'arazzo, che oggi ha perso il suo aspetto polveroso e vive un vero rinascimento. Pensiamo, naturalmente, ai capolavori di Boetti realizzati in collaborazione con le donne afghane, ad artisti come William Kentridge, che lo utilizza per commentare la storia dei popoli e le strutture di potere, oppure a Pae White, che esalta la contrapposizione tra la pesantezza del materiale e la caducità del soggetto, una nuvola di fumo. Pioniera di questa rinascita è stata Anni Albers , protagonista del Bauhaus, il cui lavoro oggi è valorizzato da una potente galleria come David Zwirner. In fase di riscoperta, invece, il lavoro di Herta Ottolenghi Wedekind , artista e mecenate, nata a Berlino nel 1885, sposata in Italia con il Conte Ottolenghi. Negli anni Venti ha sviluppato una tecnica di tessitura che riprende le macchie di Rorschach, a lei contemporanee, in una grande varietà di colori. Il nucleo di 40 opere rimaste alla famiglia è stato acquistato dalle gallerie Gomiero di Padova e Berardi di Roma e immesso sul mercato in occasione di miart 2021 e di una mostra in galleria a Roma fino al 5 novembre (prezzi riservati).

“Selbst 4 [Self 4]” (1975), Annegret Soltau.

Per apprezzare gli arazzi contemporanei, invece, nel multifunzionale Spazio Leonardo a Milano di Leonardo Assicurazioni , ci sono fino al 15 gennaio 2022 sei arazzi realizzati dal maestro tessitore Giovanni Bonotto e da Chiara Casarin in collaborazione con altrettanti artisti, tra cui lo svizzero Marc Bauer e l'italiano Francesco Arena, che ha tradotto in fili i chilometri percorsi in un anno. A Como un'altra mostra alla Fondazione Ratti (fino al 31 gennaio 2022) celebra la storia e la visione dell'imprenditore tessile Antonio Ratti e della sua passione per l'arte tessile, che tanto ha lasciato anche sul territorio.

“L.C. Version 2”(2018), Klaas Rommelaere.

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