sbagliando si impara

Può l’industria darsi delle finalità? Una risposta dall’architettura

di Andrea Beretta (*)


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(AFP)

3' di lettura

Visitare la XVI Mostra Internazionale di Architettura (Biennale di Venezia - 26 maggio/25 novembre 2018 - 71 partecipanti e 63 Paesi ospiti di cui 6 per la prima volta) è un’esperienza che riconcilia: con sé stessi e, per chi ne avverte l’urgenza, con l'idea che un altro mondo è possibile. Le due curatrici di questa edizione, Yvonne Farrell e Shelley McNamara, hanno usato come punto di riferimento per la realizzazione della Mostra il Manifesto FREESPACE (da cui il naming della Mostra), scritto e diffuso a partire dal mese di giugno 2017.

E sono proprio i contenuti e la filosofia del Manifesto a guidare il cammino tra il Padiglione Centrale dei Giardini e le Corderie dell’Arsenale; a offrire una mappa per cogliere aspirazioni e ambizioni delle opere esposte, alcune ideate ad hoc per la Mostra, altre che presentano progetti già realizzati; a stimolare una riflessione e indicare la strada per trovare una risposta alla domanda di Adriano Olivetti: «Può l’industria darsi dei fini?».

Complessità

Scorro, in modo non casuale, il Manifesto della Biennale: FREESPACE «rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda; si focalizza sulla capacità dell’architettura di offrire in dono spazi liberi e supplementari a coloro che ne fanno uso, nonché sulla sua capacità di rivolgersi ai desideri inespressi dell'estraneo; celebra l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e inattesa generosità in ogni progetto; invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta».

L’architettura è la protagonista assoluta del Manifesto: ma se sostituissimo la parola architettura con la parola industria? Se fossero l’industria e le imprese il soggetto di FREESPACE? Stimolare nuovi modi di vedere il mondo, avere al centro della propria agenda generosità di spirito e senso di umanità, contribuire ad accrescere benessere e dignità di ogni abitante diventerebbero le priorità di azione delle imprese, degli imprenditori e dei manager. Ma è possibile conciliare questa visione con la mission delle industrie e delle imprese, che è (sintetizzando un poco) generare profitti?

Una possibile risposta si trova nelle parole di un altro architetto, Mario Cucinella - fondatore di Building Green Futures, Ong che promuove lo sviluppo sostenibile attraverso l’architettura e la rigenerazione urbana, ideatore della School of Sustainability SOS, Accademia per laureati focalizzata sulla diffusione della cultura della sostenibilità - che ha curato per la Biennale dell’Architettura il padiglione italiano Arcipelago Italia, un itinerario di un centinaio di tappe e 5 progetti speciali che attraversa l’Italia dall’arco alpino al Mediterraneo lungo la dorsale appenninica.

Da sempre sostenitore del ruolo sociale e sistemico dell’architettura, Cucinella ha messo al centro del suo lavoro e del viaggio narrato nella Biennale 2018 alcune parole chiave: ascolto, prossimità, collaborazione, concretezza, multidisciplinarietà, dialogo, empatia creativa. «Quando un progetto risponde solo alla logica del profitto - dice - è come una lista della spesa: forse hai comprato tutto, ma da lì a realizzare il piatto perfetto ce n’è di strada da fare». E allora la domanda che si pone e ci pone è: cosa si intende per piatto perfetto? Da cui ne conseguono un’altra serie di questioni: qual è il piatto perfetto che industria e imprese desiderano preparare e realizzare? Per chi preparare questo piatto perfetto? E perché investire le proprie energie e risorse per preparare un piatto perfetto?

Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno scritto in FREESPACE: «Noi consideriamo la Terra come un Cliente. E questa visione implica una serie di responsabilità a lungo termine». Avere la Terra come proprio cliente: potrebbe essere questo il piatto perfetto (il fine, direbbe Olivetti) che ogni industria/impresa ha l’ambizione di realizzare? La mia risposta è: sì. Non un compito facile, ma una sfida necessaria all’inizio del terzo millennio. Perseguibile se imprenditori e manager fossero mossi, nel loro pensare e nel loro agire, dalla consapevolezza dello stato di salute precaria del nostro pianeta e dalle parole di un antico proverbio greco: «Una società cresce e progredisce quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non potranno sedersi».

(*) Partner di Newton S.p.a.

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