LA tecnica

Puro, alla spina o leggero: ecco il mondo hybrid

di Massimo Mambretti

Mild Hybrid. Nella foto un classico ibrido leggero: la Suzuki Hybrid spinta da un benzina mille 3 cilindri da 112 cv «aiutato» da un elettrico che non fornisce trazione alle ruote 

2' di lettura

In principio sembrava che l’auto ibrida rimanesse ostinatamente single poi, invece, ha messo su famiglia. Oggi, si declina in quattro macro categorie: mild-hybrid, ibrida pura e plug-in nonché range-extender. È importante orientarsi adeguatamente in questo panorama anche per capire le agevolazioni che queste vetture offrono in molte parti d’Italia. Infatti, ogni tipo di ibrido si basa su tecnologie specifiche, ha costi d’acquisto e d’uso differenti e offre prestazioni diverse.

Ma entriamo nei dettagli. Partiamo dalle meno costose della specie: le emergenti mild-hybrid. Queste vetture sfruttano un motore elettrico solo per lenire gli sforzi di quello termico ( spunti da fermo o decise variazioni di velocità) e, quindi, ridurre i consumi in alcune situazioni di impiego. Sfruttano un sistema di avviamento che fa anche il generatore di corrente poiché la recupera che impone in genere una rete elettrica a 48V. Tuttavia le mild hybrid, non permettono mai di viaggiare a emissioni zero. In compenso, come le ibride più complesse, anch’esse possono circolare durante i blocchi del traffico, in virtù dell’omologazione ibrida riportata sul libretto: foglio 2, punto P.3.

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Full Hybrid. La Toyota Prius, la madre di tutte le ibride è giunta alla quarta generazione. Il motore termico è quattro cilindri da 1.8 litri che eroga emissioni di CO2 pari a 70 g/km

Invece, le ibride pure (o full) utilizzano sistemi propulsivi nei quali l’unità elettrica che affianca quella a benzina è alimentata da batterie che si auto-ricaricano, tramite l’energia recuperata nelle decelerazioni e nelle frenate. Esse garantiscono la possibilità di muoversi a costi ed emissioni zero solo in città. Dopo un breve apprendistato, specie nei momenti in cui maggiormente si manifestano situazioni stop & go, non è difficile muoversi a lungo solo elettricamente.

Invece, non sono solo cittadine le plug-in hybrid, dette anche Phev, le cui batterie non sono ricaricabili solo dal motore termico o dal recupero dell’energia ma, soprattutto, dalla rete elettrica. Grazie a questa possibilità, hanno un’indole versatile. Infatti, partendo con le batterie belle cariche assicurano, in media, la possibilità di non sfruttare il motore termico per una cinquantina di chilometri e, quindi, di risparmiare molto. A patto, però, di sfruttare principalmente questa possibilità in città. Inoltre, permettono di disinserire la modalità elettrica, per conservare quanto contengono le batterie per un uso successivo, o di attivare la ricarica delle batterie da parte del motore termico a velocità stabilizzate quando si va fuori città, dove i tipici vantaggi dell’ibridizzazione non possono manifestarsi.

Infine, arriviamo alle ancora poco diffuse range-extender. In sostanza, sono delle ibride al contrario o, se vogliamo, delle elettriche furbe. Infatti, utilizzano un piccolo motore termico che funge da generatore per fornire energia alla batteria, in genere ricaricabile anche dalla rete elettrica, che alimenta quello elettrico destinato alla trazione.

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