trump ritira mille soldati

Siria, i turchi prendono Tel Abyad: reporter uccisi. Rischio 400mila sfollati

L’offensiva a Nord est porta alla capitolazione delle due città. Secondo le ong scoppia l’emergenza umanitaria, intanto gli Usa alzano la voce: «Erdogan tuteli le minoranze». Appello congiunto Macron-Merkel


Siria, jihadisti di al Qaida a fianco della Turchia contro curdi

7' di lettura

Le forze armate turche, nel quinto giorno del’offensiva nel nord-est della
Siria, conquistano le città di Suluk e Tel Abyad. Quest’ultima, in particolare, è la più grande città conquistata finora dall’esercito di Erdogan. Lo afferma l’Osservatorio siriano per i diritti umani che documenta l’avanzata dei turchi nel nord della Siria, partita mercoledì 9 ottobre. La conquista di Tal Abyad ha lasciato la città di Ras al-Ain come l’unico altro obiettivo principale rimasto nella fase iniziale dell’assalto.

Raid colpisce giornalisti : almeno reporter un morto
I raid turchi sulla città siriana di Ras al-Ain avrebbero colpito un convoglio sul quale viaggiavano giornalisti stranieri, riferiscono i media locali. Ci sarebbero dei feriti e almeno un reporter morto. Il ministero della Difesa turco ha annunciato su Twitter che le forze di Ankara hanno preso il controllo della M4, l’autostrada strategica nel nord est della Siria nei pressi della quale sei civili siriani sono stati uccisi sommariamente a sangue freddo da miliziani filo-turchi.

Allarme Onu sugli sfollati
Si fanno sentire le Nazioni Unite: l’attacco turco alle postazioni curde nel nord-est della Siria ha costretto 130mila persone a fuggire dalle proprie case, ma il numero potrebbe triplicare molto presto. È l’allarme lanciato dall’Onu. «Ci stiamo addentrando in uno scenario in cui potrebbero esserci fino a 400mila sfollati all’interno della Siria e attraverso le aree colpite» sostiene Jens Laerke, portavoce dell’ufficio Onu per il coordinamento umanitario (Ocha), riferiscono i media internazionali.

Ultra-nazionalisti turchi festeggiano l’avanzata delle truppe di Erdogan (Epa)

Erdogan: «Lo stop alla vendita di armi non ci fermerà»
Il presidente turco Tayyip Erdogan, intanto, mostra i muscoli: «Dopo che abbiamo lanciato la nostra operazione, hanno minacciato di imporci sanzioni economiche e l’embargo sulla vendita di armi. Ma quelli che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano di grosso», ha avvertito in un discorso trasmesso dalla tv di Stato turca. Il riferimento è alla Germania che ha deciso di fermare le vendita di armi alla Turchia. Lo ha annunciato sabato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas alla Bild am Sonntag. Una misura, ha spiegato, che intende colpire l’operazione militare avviata da Ankara nel nord est della Siria. Nel 2018, la Germania ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro.

Combattimenti a nord della Siria (Epa)

La telefonata di Angela Merkel a Erdogan
La cancelliera tedesca Angela Merkel, in una telefonata avuta con il leader turco, ha chiesto al presidente Recep Tayyip Erdogan di fermare l’offensiva nel nord-est della Siria. Lo riferisce l’agenzia Dpa citando una portavoce governativa. La cancelliera si è pronunciata per «un’immediata fine dell’operazione militare», ha detto la portavoce. L’agenzia aggiunge che a prescindere dai giustificati interessi della Turchia, l’azione rischia di destabilizzare la regione e rafforzare l’Isis».

Trump ordina il ritiro di mille soldati
Gli Stati Uniti si stanno preparando a evacuare circa mille soldati da tutto il nord della Siria nei tempi più rapidi possibili: lo ha detto in un’intervista televisiva il segretario alla difesa americano, Mark Esper. I soldati Usa si trasferiranno nel Sud del Paese. L’ordine di Trump arriva una settimana dopo il riposizionamento di alcune decine di soldati Usa che operavano insieme alle milizie curde nelle lotta all’Isis. I smilitari statunitensi si sono ritirati dalla loro base vicino alla cittadina di Ayn Arab/Kobane, lungo la frontiera turco-siriana, a seguito di intensi bombardamenti di artiglieria turchi. Lo riferiscono fonti giornalistiche e media, ma le informazioni non possono essere verificate in maniera indipendente sul terreno.

I turchi, infatti, sapevano della presenza americana nel nord est della Siria quando hanno sparato colpi di artiglieria. E l’attacco potrebbe essere stato voluto. Lo riferiscono al Washington Post alcuni funzionari americani, sollevando l’ipotesi che la Turchia abbia volontariamente bombardato vicino all’avamposto americano con il probabile obiettivo di allontanare le truppe statunitensi dal confine. Brett McGurk, l’ex inviato speciale di Barack Obama e Donald Trump nella campagna contro l’Isis, ritiene che l’attacco turco «non è stato un errore».

I familiari dell’attivista Hevrin Khalaf piangono la sua scomparsa (Afp)

Muore l’attivista per i diritti delle donne
Almeno 24 civili sono rimasti uccisi nella regione in cui è in corso l’offensiva di forze turche e i miliziani filo-Ankara contro le milizie curde. Fra le vittime cinque persone che si trovavano su un’auto sulla quale hanno sparato le milizie filo-turche. Lo afferma l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Tra i caduti c’è anche Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito Futuro siriano, attivista per i diritti delle donne. Esecuzione definita «un orrore» su Twitter dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Gli sfollati di Ayn Issa salgono a 10mila
I curdi siriani dicono che quasi 800 affiliati dell’Isis sono scappati da uno dei campi nel nord est della Siria dove sono in corso i bombardamenti turchi. Nel campo di Ayn Issa a circa 35 km a sud del confine turco, dove ci sono 12mila persone tra cui mogli e vedove di combattenti del’'Isis con i loro figli. Lìamministrazione semiautonoma della regione curda ha detto che i detenuti hanno attaccato le guardie e travolto le recinzioni. «Il campo di Ayn Issa è ormai senza controllo», hanno riferito i curdi. Circa 10mila invece gli sfollati siriani, tra cui familiari di jihadisti dell’Isis, ammassati nel campo di Ayn Issa, tra Raqqa e il confine turco sono esposti all’avanzata militare turca e delle milizie cooptate da Ankara. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, che afferma che la polizia curdo-siriana, nota come Asayesh, ha abbandonato il compito di mantenere la sicurezza attorno al campo profughi lasciando di fatto gli sfollati al loro destino.

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L’appello congiunto Macron-Merkel
Emmanuel Macron ed Angela Merkel hanno lanciato un appello congiunto, dall'Eliseo dove la cancelliera tedesca è stata ricevuta a cena, per una cessazione delle operazioni militari turche contro le forze curde in Siria, che - hanno detto i due leader - “rischia di creare una situazione umanitaria insostenibile e di aiutare l'Isis a riemergere”.

Le parole del Papa all’Angelus
Del conflitto siriano si occupa anche papa Francesco. «Il mio pensiero va ancora una volta al Medio Oriente», dice nel corso dell’Angelus. In particolare, «all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del Nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane. A tutti gli attori coinvolti e alla Comunità Internazionale, per favore, rinnovo l’appello ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza, sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci», ha detto Bergoglio.

Trump: «Pronti a imporre sanzioni»
Delicatissimo, intanto, il fronte diplomatico: «Siamo pronti a imporre severe sanzioni sulla Turchia», ha twittato Trump. «Ho detto chiaramente alla Turchia che se non manterranno gli impegni, inclusa la tutela delle minoranze religiose, imporremo sanzioni molti dure», afferma il presidente americano Donald Trump, sottolineando che le truppe Usa non possono restare in Siria per altri 15 anni «controllando il confine con la Turchia quando non riusciamo a controllare il nostro». Trump precisa che la sua amministrazione difende i cristiani e le minoranze religiose in Iraq e in tutto il mondo.

L’avvertimento di Putin
Quella di sabato è stata una giornata di grandi tensioni diplomatiche.Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato il suo avvertimento: «Tutte le truppe straniere presenti “illegalmente” in Siria devono andare via. Se il futuro legittimo governo della Siria dovesse dire che non ha bisogno che le truppe russe siano presenti lì, questo riguarderebbe anche la Russia», ha aggiunto Putin citato dalla Tass. Obiettivo degli strali del presidente russo è la Turchia di Erdogan, che nei giorni scorsi ha invaso con le sue truppe i territori nel nord est siriano, nella zona in cui sono presenti i curdi, considerati terroristi dal governo di Ankara.

A muoversi contro Erdogan anche la Lega Araba, con una dura presa di posizione: «L'aggressione turca alla Siria - si legge nel documento finale al termine di una riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri tenutasi oggi al Cairo - costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali». Nel documento si aggiunge che l'attacco è «una violazione flagrante dei principi della Carta delle Nazioni Unite» contro la quale la Siria ha il diritto legittimo
di difendersi con ogni mezzo.

L’appello dei curdi
Le forze curde in Siria chiedono intanto agli Stati Uniti di “assumersi le proprie responsabilità morali” e di “rispettare le promesse” dopo aver accusato Washington di averle abbandonate davanti all'offensiva delle truppe turche. «I nostri alleati ci avevano garantito la loro protezione», invece «ci hanno abbandonati con la loro ingiusta decisione di ritirare le loro truppe alla frontiera turca», hanno deplorato le Forze democratiche siriane in un comunicato letto davanti ai giornalisti.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani almeno dieci civili sono stati uccisi nella mattina di sabato nei bombardamenti turchi nella zona e si registrano violenti bombardamenti sul territorio. Alcune fonti riportano che sono stati colpiti alcuni campi della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo della Croce Rossa) e tra i feriti - secondo quanto denunciato dall’organizzazione non governativa “Un ponte per”, ci sono anche diversi medici e personale sanitario. Nella zona è segnalata la presenza di personale medico italiano a supporto delle popolazioni locali.

Il conflitto è anche di comunicati: le autorità curde smentiscono l'annuncio del ministero della Difesa turco secondo cui la città di Ras al-Ain sarebbe stata conquistata dall'esercito di Ankara. «Ras Al-Ain sta ancora resistendo e i combattimenti sono in corso», ha detto un funzionario delle forze democratiche siriane a guida curda, riferiscono i media internazionali. Lo stesso Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che la città, principale obiettivo dell'offensiva turca, non è stata completamente conquistata.

Ci sono anche miliziani appartenenti alla galassia qaidista tra i combattenti arabo-siriani impiegati dall'esercito turco nell'operazione militare nel nord-est della Siria. Le forze di Ankara hanno da mesi raggruppato una serie di milizie, operanti nella regione nord-occidentale di Idlib, per essere usate nella campagna in corso a est dell'Eufrate. Tra questi gruppi ci sono sigle formate da individui che nel corso di questi anni di guerra siriana si sono radicalizzati fino ad esprimere un'ideologia favorevole al qaidismo

Le mosse della diplomazia. Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shukri, ha ricevuto oggi al Cairo una delegazione di alto livello dei curdi siriani, prima di una riunione d'urgenza della Lega Araba sull'offensiva turca in Siria indetta su richiesta dell'Egitto. La delegazione del Consiglio democratico della Siria, ala politica delle cosiddette Forze democratiche siriane a maggioranza curda (Sdf), comprendeva il presidente del Consiglio esecutivo, Ilham Ahmed. Durante l'incontro, ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri Ahmed Hafez, Shukri ha rinnovato la condanna dell'Egitto per quella che ha definito “l'aggressione turca
contro la Siria, considerandola un'occupazione dei territori di un Paese arabo fratello”. La Siria, ha aggiunto il ministro degli Esteri egiziano, ha “il legittimo diritto all'autodifesa sulla base dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

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