Il cremlino

Putin e Trump sono già in rotta di collisione

di Antonella Scott


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(REUTERS)

3' di lettura

Sembravano destinati a rilanciare il legame tra Russia e Stati Uniti, ora già si ritrovano in rotta di collisione: il futuro del legame tra Donald Trump e Vladimir Putin è nelle mani del presidente russo. Che ha definito l’attacco missilistico americano contro la base siriana di Shayrat «un’aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale», e un cinico tentativo di distogliere l’attenzione del mondo dalle vittime civili in Iraq. Quanto accaduto, è il pensiero di Putin riferito dal suo portavoce Dmitrij Peskov, «arreca un danno considerevole alle relazioni russo-americane, già in condizioni miserevoli anche senza questo».

Sul campo, Mosca è al fianco di Bashar Assad dal 2015. Letteralmente, al suo fianco: ci sono anche i russi nella base aerea siriana colpita dai cruise americani nella provincia di Homs. «Le conseguenze dell’operazione lanciata in Siria - ha commentato da New York il vice rappresentante russo alle Nazioni Unite, Vladimir Safronov - ricadranno sulla coscienza di chi l’ha progettata». Mosca chiederà una convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza.

Gli Stati Uniti, che parlano di un’azione isolata e che hanno detto di non aver preso di mira “le sezioni della base” occupate dalle forze di Mosca, spiegano di averle informate in anticipo dell’attacco. Ma come ha chiarito il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, non si è trattato di una richiesta di approvazione. Semplicemente, è stato quello scambio di informazioni che chiamano “deconfliction notice”, avvisi tra forze impegnate su fronti attigui, per evitare incidenti. Questa volta, evitare un’escalation sarà molto più complicato.

Poche ore prima dell'attacco lanciato da Donald Trump, il Cremlino era sembrato inserire un’ombra di incertezza nel proprio sostegno ad Assad. «L’assistenza che la Russia presta al suo governo nella risoluzione della crisi siriana non è incondizionata», aveva detto all’Associated Press Dmitrij Peskov, il portavoce di Putin. Né è corretto dire che si può convincere Assad «a fare tutto quello che Mosca desidera». Ma Tillerson, vicinissimo alla Russia negli anni in cui è stato alla guida della compagnia petrolifera ExxonMobil, è stato durissimo: poiché i russi avevano assicurato che Assad, in base agli accordi del 2013, si era sbarazzato degli arsenali chimici impegnandosi a non costituirne di nuovi, «o sono complici o sono incompetenti». Secondo gli americani, infatti, non ci sono dubbi sulla responsabilità di Assad nell’utilizzo di armi chimiche contro il villaggio di Khan Sheikhoun, nella provincia siriana di Idlib controllata dai ribelli.

Giovedì scorso Putin aveva definito «inaccettabili» le accuse «infondate» nei confronti di Assad. La versione dei russi è che i jet siriani hanno colpito per errore un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli. Ma se ci sono le prove che il gas nervino in realtà veniva proprio dalla base di Shayrat, alla presenza dei russi, Trump dovrà chiedere a Putin che cosa sapeva al riguardo. La visita di Tillerson a Mosca, prevista per martedì prossimo, non si presenta delle più facili. Anche se, secondo il capo della commissione Affari esteri alla Duma russa Leonid Slutskij, il viaggio di Tillerson non sarà cancellato. «Abbiamo bisogno di ristabilire il dialogo - ha detto Slutskij in tv, citato dall’agenzia Interfax-. Sarebbe giusto accogliere Tillerson, scambiarsi le idee e cercare di riportare buon senso a Washington. È molto meglio che nascondersi dietro ai muri».

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