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Qatar al centro del risiko dell’energia (ma petrolio e gas non corrono)

di Sissi Bellomo

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(Afp)


3' di lettura

Un tempo l’esplodere di una crisi di questa portata in Medio Oriente avrebbe infiammato le quotazioni del petrolio. Ma la rottura delle relazioni con il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto ha smosso a malapena i mercati dell’energia.

Dopo tre anni di sovrapproduzione, con scorte ancora debordanti e lo shale oil americano pronto a supplire a ogni potenziale carenza, gli investitori non si scaldano più di fronte alle tensioni geopolitiche. Così la mini-impennata del greggio (un rialzo massimo dell’1,6% durante gli orari di contrattazione asiatici) si è riassorbita in fretta e il Brent ha addirittura chiuso in ribasso dell’1% a 49,47 dollari al barile.

Nervi saldi anche sui mercati del gas. Persino in Asia, dove il prezzo spot del Gas naturale liquefatto (Gnl) è rimasto intorno a 5,40 dollari per milione di British thermal units (mmBtu) sul mercato spot.

La calma sui mercati è quasi surreale, considerato che il Qatar non solo è un produttore di greggio dell’Opec – benché non di spicco, con circa 620mila barili al giorno estratti – ma è il primo fornitore di Gas naturale liquefatto al mondo (Gnl), con esportazioni per 77,2 milioni di tonnellate l’anno scorso secondo l’International Gas Union, un terzo dell’offerta totale.

Il rischio, più che concreto, non è tanto sulla produzione quanto sui trasporti. Le autorità portuali saudite e quelle emiratine, in relazione all’importante terminal petrolifero di Fujairah, nel Golfo Persico, hanno infatti vietato l’attracco a tutte le navi battenti bandiera qatarina e anche a quelle destinate o provenienti dal Qatar.

Altre rotte e altri punti di rifornimento sono possibili (via Iran o via Oman). Ma è ben possibile che si creino ritardi e sovraccosti, con ripercussioni sui prezzi dei combustibili.

I maggiori acquirenti di gas del Qatar sono stati al momento rassicurati sulla regolarità delle consegne, a cominciare dalla giapponese Jera, il principale, che compra con contratti di approvvigionamento di lunga durata. Ma la situazione potrebbe complicarsi, con ricadute anche sull’Italia.

Doha ha infatti scavalcato la Libia, diventando il nostro terzo fornitore di gas nel 2016, con 5,8 miliardi di metri cubi nel 2016 secondo i dati del Mise (sul podio c’è sempre la Russia con 27 miliardi, seguita dall’Algeria con 19,1 miliardi).

Il gas, che arriva nel nostro Paese in forma liquefatta, è diretto in gran parte al rigassificatore al largo di Rovigo, Adriatic Lng, di cui Qatar Terminal Company Ltd, controllata di Qatar Petroleum, possiede il 22% in società con ExxonMobil Italiana Gas (70,7%) ed Edison ( 7,3%).

L’impatto sui mercati globali del Gnl potrebbe anche aggravarsi se il Qatar interrompesse per ritorsione i flussi del gasdotto Dolphin, che rifornisce gli Emirati Arabi Uniti: questi ultimi sarebbero costretti a cercare con urgenza forniture alternative, provocando quasi certamente un rialzo dei prezzi del Gnl.

Anche l’Egitto è un importante consumatore di gas qatarino, ma ci sono rischi minori, in quanto acquista carichi di Gnl con l’intermediazione di società di trading internazionali.

Quanto al petrolio, alcuni analisti immaginano che la crisi possa provocare addirittura effetti ribassisti: l’ipotesi, che ieri potrebbe aver contribuito a indebolire il mercato, è che si arrivi alla rottura degli accordi Opec sui tagli di produzione. Oltre al Qatar, anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Urabi Uniti fanno parte dell’Organizzazione.

L’esperienza passata tuttavia insegna che le politiche del gruppo tendono a non essere influenzate da eventuali dissidi tra gli Stati membri: le quote di produzione hanno retto persino all’impatto di guerre, come il lungo conflitto tra Iraq e Iran negli anni 80 o l’invasione irachena del Kuwait (seguita dall’intervento militare Usa) negli anni 90.

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