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Quali prospettive a dieci anni dal Meccanismo di vigilanza unico

Mvu, nel più ampio processo di costruzione dell’Unione bancaria europea, ha messo in moto una transizione giuridico-istituzionale tanto ambiziosa quanto complessa

di Marino Perassi e Andrea Zoppini

 La Bce in questi dieci anni si è trovata ad affrontare sfide significative riguardo alla vigilanza

4' di lettura

Il Meccanismo di Vigilanza Unico (Mvu, o Ssm in inglese), nel più ampio processo di costruzione dell’Unione bancaria europea, ha messo in moto una transizione giuridico-istituzionale tanto ambiziosa quanto complessa. Fino al 2013, quando le ferite aperte dalla crisi dei debiti sovrani di alcuni Paesi europei ancora laceravano l’unità d’intenti dell’Eurozona, l’ipotesi di affidare compiti di vigilanza prudenziale, fino ad allora gelosamente mantenuti a livello di autorità nazionali dei Paesi membri, ad una istituzione come la Banca centrale europea, sembrava ipotesi remota. Eppure, l’istituzione del Mvu, costituito da un delicato intreccio di competenze sovranazionali e nazionali, è divenuta d’improvviso la soluzione quasi necessitata per rafforzare la stabilità finanziaria dell’Unione europea. Allo stesso tempo, il Mvu ha fornito una soluzione già prevista dai redattori del Trattato di Maastricht, con una previsione opportunamente inserita fra quelle relative alla moneta unica (oggi art. 127.6 Tfue). Già da allora era emersa la prospettiva che alla costituzione di un’autorità monetaria unica facesse rapidamente seguito una equivalente centralizzazione in chiave europea dei poteri di vigilanza bancaria.

Dieci anni dopo l’avvio del Mvu si deve riconoscere che il meccanismo costituito da equilibrio e cooperazione tra profili accentrati e decentralizzazione delle funzioni di vigilanza ha funzionato. Nel complessivo riparto di competenze, la Bce ha assunto il controllo delle procedure decisionali relative agli aspetti di più ampio respiro della neocostituita vigilanza europea, tra cui le priorità tematiche, l’aggiornamento delle metodologie e lo sviluppo progressivo di un approccio di vigilanza standardizzato per le banche europee di maggiori dimensioni.

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La collaborazione fra autorità nazionali e Bce si è rivelata fondamentale nella fase di avvio del sistema, di fronte a momenti di incertezza. Si pensi solo alle diverse, sebbene non diametralmente opposte, visioni circa l’ampiezza della competenza esclusiva della Bce proposte dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea caso Landeskreditbank (C-450/17 dell’8 maggio 2019) e dalla Corte Costituzionale tedesca nel caso 2 BvR 1685/14 (del 30 Luglio 2019). In generale gli orientamenti dei giudici di Lussemburgo sono stati essenziali, anche se la tutela cautelare in quella sede costituisce tutt’ora un tema da approfondire, essendo probabilmente la risposta più efficiente quella decentrata.

È proprio la collaborazione ad aver permesso alla Bce di creare una cooperazione sinergica con, e tra, le Autorità nazionali di vigilanza, capace di mettere a frutto le preziose tradizioni di vigilanza e il know-how coltivati nell’arco di decenni dai funzionari nazionali. In maniera simile al governo dell’euro da parte dell’Eurosistema, d’altronde, la forza del Mvu sembra risiedere nella sua natura mista di corpo amministrativo, guidato sì da una funzione europea, ma che non disconosce il fondamentale apporto di quelle nazionali.

Anche se attenuate dal supporto delle Autorità nazionali, le complessità che la Bce è stata chiamata ad affrontare in questo decennio per la vigilanza sulle banche “significative” dell’Eurozona si sono dimostrate assai rilevanti. Istituire una vigilanza centralizzata senza aver prima raggiunto una piena uniformazione di talune regole applicabili alle banche europee ha finito per forzare la mano del legislatore europeo in determinati aspetti della regolamentazione del Mvu. La Bce ha provato a esercitare questo potere non solo con una logica di rigore, ma anche secondo ragionevolezza, per ristabilire un level playing field per le banche europee ogniqualvolta normative nazionali eccessivamente divergenti rischiassero di creare standard prudenziali (e competitivi) squilibrati. Si tratta di un modello di cooperazione tra amministrazioni dei singoli stati e amministrazione europea che può verosimilmente essere un modello per altre Autorità di regolazione.

Nel 2022, il Meccanismo ha inoltre dimostrato l’importanza delle efficienze generate dalla concentrazione (e coordinamento) della funzione di governo monetario e vigilanza bancaria. Una conferma viene dalla resilienza mostrata dalle banche dell’Eurozona durante il panico che ha scosso nel 2023 il sistema bancario statunitense e quello svizzero, con i fallimenti della Silicon Valley Bank e Credit Suisse. Qualche mese fa, il presidente
del Mvu, Andrea Enria, in occasione del Festival dell’economia di Trento, ha riconosciuto il buono stato di salute delle banche europee in termini di solidità patrimoniale, liquidità e redditività.

Significativi passi avanti sono stati fatti
altresì per quanto concerne lo scrutinio delle decisioni della Bce.

Molta è la strada percorsa nel decennio che ci ha preceduto, altrettanta rimane quella che abbiamo di fronte. Ci si deve quindi chiedere cosa si debba ancora fare nei prossimi anni, nella consapevolezza che il quadro di riferimento normativo sull’attività bancaria nelle varie giurisdizioni dell’area dell’euro presenta ancora diversità significative, che richiedono una riflessione su spazi di ulteriore armonizzazione. Basti, infine, il richiamo a quell’ultimo, incompiuto, pilastro che fonda l’architettura immaginata dai fondatori del progetto dell’Unione bancaria europea, ovvero la creazione di un sistema europeo di garanzia dei depositi. Un Meccanismo, in conclusione, di equilibri delicati, di “pesi e contrappesi”, che certo complicano il lavoro degli operatori e degli interpreti nel farsi strada tra le ambiguità e le discordanze dell’attuale quadro normativo, ma che appaiono, forse, la ricetta alla base del successo del primo decennio di lavoro dell’Mvu.

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