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Qualità della vita 2020, Bologna e l’Emilia più resilienti grazie al benessere distribuito

Realtà a misura d'uomo e investimenti in formazione, innovazione e sanità. La regione raccoglie i frutti di servizi capillari

di Ilaria Vesentini

Effetto Covid sulle citta' del Nord, crolla la qualita' della vita

4' di lettura

Una miscela di buon governo e responsabilità diffuse, di ricchezza manifatturiera e competenze tecniche, di coesione dentro la comunità e accoglienza verso lo straniero.

Dietro l’ascesa di Bologna (e di tutta la via Emilia, eccezion fatta per Rimini) con la scalata di 13 posizioni nell’annus horribilis 2020 e la conquista della vetta nella classifica generale della Qualità della vita non ci sono ragioni nuove, ma la solidità e sobrietà di una struttura sociale ed economica forse più lenta al cambiamento rispetto ai capoluoghi europei - con cui è abituata a confrontarsi per performance - ma anche più resiliente quando sferzano venti contrari.

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Bologna in equilibrio

Nel vortice dell’emergenza Covid, la provincia di Bologna ha sfoderato la capacità di restare in equilibrio tra innovazione e pigrizia, tra spirito competitivo e stile gaudente, pur con tassi di contagi da Sars-Cov 2 sopra il 3% e Pil in caduta di oltre 8 punti.

La forza di Bologna è essere un crocevia geografico del Vecchio continente (ha meno di 400mila abitanti in città, un milione in provincia) senza essere una capitale, aver cioè salvaguardato la dimensione a misura d’uomo all’interno e, a cascata, una più equa e capillare distribuzione del benessere nel territorio circostante.

Bologna brilla per livello di ricchezza e occupazione, ma non per sicurezza e gestione della giustizia: è nella parte bassa della graduatoria nazionale per denunce di furti, estorsioni, frodi, violenze sessuali, comune denominatore di molte città universitarie con un’alta presenza di fuorisede (e l’Alma Mater ha quasi 90mila studenti iscritti). Sotto le Due Torri si deve fare i conti con processi lenti e un utilizzo sopra la media di farmaci per patologie respiratorie nonché di calmanti e sonniferi, fenomeni tipici di metropoli affollate e stressate.

Al contempo, però, l’area metropolitana si piazza ai primi posti non solo per reddito, consumi delle famiglie, depositi bancari, start up e opportunità di lavoro, ma anche per l’offerta culturale, sportiva, ricreativa, sanitaria e formativa. Non a caso dal 2006 è Città creativa della musica Unesco; è la provincia più ricca di eccellenze alimentari (22 tra Dop e Igp); anche in pieno Covid tra Usca (le Unità speciali di continuità assistenziale), posti letto in terapie intensive e Covid hotel non è mai finita in affanno; ha il più alto tasso di scolarizzazione in termini di diplomati ed è tra i primi posti per la formazione continua. Così si distingue per indice di trasformazione digitale e diffusione di Internet veloce.

Un premio alla normalità

Il podio è anche un premio alla normalità (nel suo significato migliore) dei due mandati di Virginio Merola, che non ha mia brillato nelle classifiche dei sindaci più amati ma chiude a testa alta il suo ultimo anno a Palazzo d’Accursio: «Anche in pieno Covid – sottolinea - siamo riusciti a ridurre il debito, senza aumentare tariffe e tasse, con sconti Tari per i negozi chiusi, garantendo l’accesso gratis ai nidi a metà dei bimbi, raddoppiando i buoni spesa del Governo per le famiglie in difficoltà, finanziando con 61 milioni il recupero di mille alloggi sociali, lanciando un piano da 120 milioni di euro per l'edilizia scolastica e confermando anche quest'anno 7 milioni di spesa in cultura». E alle accuse di immobilismo, Merola risponde ricordando che è il primo in regione ad aver approvato il Pug, il Piano urbanistico generale, con cui senza consumare suolo si rigenereranno ex caserme, aree dismesse e si costruirà la linea del tram.

«È la matrice di piccola comunità con grande capacità di coesione e di accoglienza ciò che spiega la nostra resilienza: l’attenzione dei lavoratori all’impresa e dell’imprenditore ai dipendenti, la capacità di coniugare fattore economico e umano che risale già al Liber Paradisus (il testo di legge del 1256 con cui il Comune abolì la schiavitù, ndr) perché i servi liberati il giorno dopo erano contribuenti che pagavano le tasse», ricorda il presidente della Camera di commercio di Bologna, Valerio Veronesi. Ma da Piacenza a Rimini «il vero collante sono gli stessi emiliano-romagnoli e il ruolo fondamentale delle donne», aggiunge.

Emilia-Romagna in miglioramento

L’Emilia-Romagna vanta numerosi primati: è prima in Italia per occupazione femminile (67%), per tasso di internazionalizzazione (oltre 11mila euro di export pro capite), per copertura a banda larga di piccoli comuni e scuole.

Il quarto posto occupato nella classifica delle regioni lo conferma, anche perché davanti ha solo i tre territori a statuto speciale del Nord, che godono di quell’autonomia di strategie e spesa che la giunta Bonaccini cerca dal 2017 di ottenere da Roma, in via differenziata su alcune materie chiave. E se non fosse per Rimini che – a causa del crollo del turismo e dell’alto tasso di criminalità – fa un tonfo dal 17° al 36° posto, tutte le altre province recuperano posizioni in graduatoria, con Ferrara, storicamente l’area più fragile e povera della regione, che recupera addirittura 30 gradini.

«Nei momenti di perdizione, in cui tutti gli altri arretrano, è chi ha ottimi fondamentali che mantiene la rotta - dice Lucio Poma, capo economista di Nomisma, centro studi prodiano nato a Bologna negli anni Ottanta -. La riscossa dopo il sisma del 2012 ce lo ha già confermato e mi aspetto che negli anni a venire questo territorio continuerà a scalare posizioni. È il modo in cui viene prodotta la ricchezza che qui fa la differenza, perché grazie al sistema di imprese in filiera si redistribuiscono a valle tanto i redditi quanto l’innovazione. Non sottovalutiamo però che non esistono buona sanità e buone amministrazioni se non c’è benessere economico e che resta evidente il problema delle due velocità tra l’Emilia e la Romagna».

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