Libri

Quando Boccaccio si firmava in greco

Molti aspetti della cultura dell’autore del «Decameron» sono stati illuminati negli ultimi anni da nuove indagini e scoperte. In particolare, il suo rapporto con la lingua di Omero

di Matteo Motolese

 William Bell Scott raffigura la visita che Giovanni Boccaccio avrebbe fatto nel 1350 a Ravenna a suor Beatrice (al secolo Antonia Alighieri), figlia di Dante

4' di lettura

Pochi titoli della nostra letteratura sono enigmatici come quello scelto da Boccaccio per il suo capolavoro. Sappiamo fin dai tempi della scuola che Decameron è ricalcato sul greco e riferito alle dieci giornate che costituiscono l’architettura dell’opera (déka dieci, hēmérā giorno). Ma molto altro ancora ci sfugge. Si ricorderà che il libro è rivolto alle donne: è per loro «soccorso e rifugio» che Boccaccio intende raccontare le sue «cento novelle o favole o parabole o istorie che dire vogliamo». Ma quale lettrice (o lettore) poteva cogliere il senso di un titolo del genere? Nel Trecento, non solo a Firenze ma in tutto l’occidente europeo, la conoscenza del greco era rarissima.

La più antica attestazione che conosciamo del titolo Decameròn (con l’accento sull’ultima, come doveva essere pronunciato al tempo) si trova in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, risalente ai primi anni ’60 del Trecento. È un codice confezionato a Napoli quando Boccaccio era ancora vivo. Il Decameron aveva allora meno di dieci anni. Anche se è ragionevole credere che alcune novelle fossero state composte prima del 1348, il disegno di un libro incorniciato della peste dev’essersi chiarito nella mente di Boccaccio quando quell’esperienza era ancora vicina (le date ipotizzate oscillano tra il 1351 e il 1353). Questo spiega forse anche il suo bisogno di descrivere così realisticamente gli effetti del contagio: di non rimuovere quella tragedia dal libro iniziando solo dalla fuga dalla città. Un bisogno di testimoniare, per sé e per gli altri, ciò che era stato attraversato. Certo, Boccaccio doveva sapere che i suoi lettori avrebbero letto quelle pagine con un misto di dolore e sollievo: dolore per ciò che avevano patito e sollievo per essere sopravvissuti. Non sappiamo, naturalmente, quando abbia deciso di chiamare così il suo libro. Né se veramente – come è stato ipotizzato – il modello sia stato l’Hexaemeron, un trattato esegetico di sant’Ambrogio sui sei giorni della Creazione (gr. hexa-, héx sei). Quello che possiamo dire è che il titolo rimanda a un aspetto ben diverso dal brulicante mondo mercantile che alimenta gran parte delle novelle. È legato alla lettura dei classici, alla scoperta dell’antico, alla passione per Dante (il cui libro principale – dettaglio non secondario – aveva per titolo una parola d’origine greca, Commedia).

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Questo aspetto della cultura di Boccaccio è stato illuminato, negli ultimi anni, da straordinarie scoperte e nuove indagini. Un libro curato da Maurizio Fiorilla e Irene Iocca raccoglie ora il frutto di queste ricerche e lo mette a disposizione dei lettori in una forma compatta e ben organizzata. Il volume vede coinvolti alcuni tra i massimi studiosi di Boccaccio ed è diviso in due parti: una prima parte con capitoli dedicati alle varie opere; una seconda parte con approfondimenti trasversali: sui documenti d’archivio, sugli autografi, sulla lingua e lo stile, sui rapporti epistolari (a partire da quello, fondamentale, con Petrarca), sul culto di Dante, sulle ricerche filologiche ed erudite. Si tratta di un’opera eccellente per chiarezza e ampiezza di orizzonti. Il dialogo tra le varie parti e la rete di rimandi interni permettono di saldare i diversi aspetti della cultura boccacciana. L’insieme trasmette il senso di una ricerca tutt’altro che ferma: prospettive di nuovi approfondimenti sono visibili in quasi tutti i capitoli.

Mi limito qui al rapporto con la lingua greca. È bene ricordare che Boccaccio – insieme a Petrarca – ebbe un ruolo decisivo nella promozione della traduzione dal greco in latino dell’Iliade e dell’Odissea fatta da Leonzio Pilato, decisiva per la diffusione dell’epos omerico in Europa. È Boccaccio stesso a raccontare di aver ospitato Leonzio in casa sua a Firenze, di aver ascoltato dalla sua viva voce la traduzione latina dell’Iliade e di essersi speso perché tenesse lezioni pubbliche, cosa che avvenne tra il 1360 e il 1362. Un codice, oggi conservato alla Marciana di Venezia, ci testimonia un momento centrale di quell’avventura intellettuale: è il manoscritto su cui Leonzio Pilato ha copiato l’Odissea in greco inserendo la sua traduzione latina in interlinea. È su quel codice che Boccaccio e Petrarca hanno letto Omero, come testimoniano le annotazioni di entrambi sui margini. Tra i due è Boccaccio quello più avanti nella scoperta del greco: altrove, nei suoi manoscritti, si trovano citazioni in lingua originale. Non solo. Un dettaglio ci dice dell’amore di Boccaccio per quella lingua. Si trova nell’ultima pagina di un codice oggi a Toledo in cui Boccaccio ha copiato l’intera Commedia di Dante. È un ritratto di Omero sormontato dal verso dantesco «Homero poeta sovrano» (Inf. IV 88). Sotto, appena visibile ai raggi ultravioletti, Boccaccio ha aggiunto qualcos’altro: il proprio nome in lingua latina traslitterato in caratteri greci.

Boccaccio, a cura di Maurizio Fiorilla e Irene Iocca. Saggi di D. Piccini, R. Bragantini, S. Finazzi, A. Piacentini, S. Carrai, V. Rovere, C.M. Monti, L. Regnicoli, R. Cella, M. Cursi, M. Berté, L. Azzetta, M. Petoletti. Carocci, pagg. 405, € 34

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