«Signor procuratore», «caro avvocato»

Quando Borrelli spiegava perché tenere in carcere politici e manager

Il 15 luglio 1993 il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli risponde alla lettera ricevuta 10 giorni prima da Giovanni Maria Flick. Lo scambio epistolare sarà poi pubblicato nel volume “Lettera a un procuratore della Repubblica” (Il Sole 24 Ore Libri)

Chiude camera ardente per Borrelli, lungo applauso e commozione

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Il 15 luglio 1993 il procuratore della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli risponde alla lettera ricevuta 10 giorni prima da Giovanni Maria Flick. Lo scambio epistolare sarà poi pubblicato nel volume “Lettera a un procuratore della Repubblica” (Il Sole 24 Ore Libri). Lo stralcio della risposta di Borrelli si riferisce in particolare ad alcuni punti della lettera di Flick: «Ho cominciato a pormi qualche domanda sulla tenuta di alcuni princìpi costituzionali nel metodo di Mani pulite (pur senza volere o potere entrare in episodi specifici): dal principio di eguaglianza a quello della riserva di legge; dal diritto di difesa ai limiti della custodia cautelare; dalla ripartizione di competenza fra i giudici e i pubblici ministeri al ruolo di entrambi nel sistema costituzionale (...) Non mi risponda (La prego) che il Codice consente ciò che si sta facendo: questo Codice (...) consente di fare tutto e il contrario di tutto. Basterebbe pensare al fatto che, in pratica, i processi di Tangentopoli si esauriscono nella fase delle indagini preliminari, in termini cioè esattamente opposti a quanto il codice avrebbe voluto in teoria». Ecco la risposta di Borrelli.

È vero che il rapporto tra indagini preliminari e giudizio, nei procedimenti milanesi per i fatti di corruzione, si è sbilanciato a favore delle prime; ed è vero che la macchina giudiziaria milanese, nonostante che oltre ducento posizioni siano state spedite dal pubblico ministero ai giudici, per più ragioni, tra cui insufficienze croniche e conosciute da sempre, stenta a produrre sentenze. Questo è obiettivamete deplorevole, ora come sempre; ma, dal momento che nel novanta per cento e più dei casi ci troviamo di fronte a confessioni incondizionate, riscontrate e note, ferma l’imprescindibilità del giudizio sul piano delle responsabilità individuali, non è un po’ farisaico fingere che per prendere politicamente atto della sconvolgente realtà emersa si debbano attendere le sentenze?

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È vero che le superprocure non possono istituirsi per interpretazione giurisprudenziale, e che occorre rispettare il principio del giudice naturale. Ora, nel groviglio quasi inestricabile dei collegamenti tra episodi e tra personaggi della Tangentopoli nazionale, visti alla luce dei criteri di connessione introdotti nel 1991, il mio ufficio ha proposto alcuni protocolli d’intesa provvisoria, a valere per la fase delle indagini e ovviamente non vincolanti per i giudici, con riserva di rivalutazione delle situazioni al termine. La stragrande maggioranza degli altri uffici li ha accettati, con vantaggio per la stabilità e la continuità dei vari filoni investigativi altrimenti esposti a continui trasferimenti, secondo l’evolvere delle aquisizioni. Dov’è l’insulto al giudice naturale?

Vengo alla libertà personale. Il parametro normativo, la cui applicazione ha dato e dà luogo alle più aspre e velenose proteste da parte di coloro che chiami gli avversari (e che, contrariamente a quanto dici, sono nettissima minoranza rispetto ai laudatores), è quello che contempla il caso in cui, per specifiche modalità e circostanze del fatto, e per la personalità dell’imputato, vi sia il concreto pericolo che questi commetta delitti della stessa specie di quello per cui si procede.

Tu stesso hai parlato di un sistema di prelievo improprio di ricchezza a beneficio di organizzazioni politiche o a beneficio personale, e il sistema era radicato fortemente e da lungo tempo nella realtà del paese; né le occasionali repressioni e gli isolati scandali venuti alla luce nel passato avevano mai inciso nella dimensione del fenomeno, semmai aggravatasi con gli anni.

Che cosa c’è di irragionevole nel ritenere che il pubblico amministratore o l’imprenditore che quel sistema hanno praticato e alimentato continueranno, direttamente o per interposta persona, quand’anche dismettano la loro veste (che non è la fonte, bensì il segno esteriore della potenza di cui dispongono), a comportarsi nello stesso modo? Che continueranno a getire e intermediare affari, a inquinare gare, a raccogliere o ricevere tangenti per sé o per altri, a operare sui canali bancari italiani ed esteri di loro pertinenza? E che cosa c’è di singolare o di sospetto nel considerare non già la confessione pura e semplice, bensì il contributo collaborativo allo smantellamento del sottosistema cui apparteneva, come elemento idoneo a provare l’inversione di rotta del soggetto, la sua dissociazione dal programma illegale, la sua inaffidabilità agli occhi dei sodali superstiti, dunque la cessazione di pericolosità cui consegue la rimessione in libertà?

Tutto può mettersi in discussione, naturalmente, e non c’è nulla che vi si presti quanto le norme con parametri di riferimento che rinviano a nozioni, massime o giudizi insuscettibili di formalizzazione. Il pericolo di inquinamento, il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del delitto non sono concetti giuridici: dunque esulano dalla competenza tecnica del giurista e devono ricever concretezza dalla comune esperienza e dal comune modo di ragionare del cittadino medio.

Vogliamo, per curiosità, provare a domandarci che cosa pronosticherebbe il cosiddetto uomo della strada circa la probabile condotta futura di un pubblico amministratore che fino a ieri ha concusso o si è lasciato corrompere? Di tanto in tanto dovremmo forse umiliarci fino ad aprire occhi e orecchie verso il mondo esterno e rapportarci - senza subirne passivamente le suggestioni, certo - alla sensibilità media del popolo in nome del quale la legge si applica.

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