Fondi Europei

Quando il clima spinge i migranti ai viaggi della speranza

di Davide Madeddu


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(Archivio Ansa)

2' di lettura

Dietro il viaggio della speranza verso una nuova vita anche i cambiamenti climatici possono avere un peso. Raramente si parla dei migranti climatici, eppure c'è un filo sottile ma forte che lega i movimenti demografici alle mutazioni ambientali. Desertificazione, lavorazioni agricole, conflitti per l'uso delle risorse a cominciare dall'acqua sono tutte cause che spingono donne e uomini a spostarsi alla ricerca di condizioni di vita migliori.

In un percorso che parte dalla Sardegna e si snoda attraverso l'Europa il progetto Clisel, acronimo di Clima e Sicurezza con gli Enti Locali, (finanziato con i fondi europei di Horizon2020) “studia il nesso tra cambiamenti climatici e migrazioni partendo dal ruolo degli Enti locali nella governance multilivello delle politiche ambientali e migratorie”. Obiettivo, “preparare l'Europa agli impatti che le migrazioni per cause climatiche potrebbero apportare alla sicurezza”. Che non deve essere intesa solamente come ordine pubblico ma anche come tutela dei servizi, multiculturalità e sicurezza sociale. “Il progetto nasce da una partnership stimolata dall'università di Cagliari e che coinvolge le Università di Berna e Lancaster e il laboratorio ambientale di Stoccolma – spiega Ilenia Ruggiu, coordinatrice del programma e docente di diritto costituzionale a Cagliari – e da un'idea interdisciplinare che mette assieme giuristi, politologi, ricercatori e il Consiglio delle autonomie locali della Sardegna”.

Punto di partenza il coinvolgimento dei 36 sindaci che fanno parte del Cal “perché all'apporto scientifico e interdisciplinare si potesse unire anche l'esperienza pratica degli amministratori”. Poi i 377 comuni presenti nel territorio regionale, l'ossatura del cosiddetto “caso pilota”. Piccoli centri e grandi città di una regione al centro del Mediterraneo e teatro di piccoli ma ripetuti sbarchi sulle coste. Poi, (il progetto avviato nel 2016 e concluso a maggio 2019 sarà presentato il 27 giugno all'Università di Cagliari), attraverso una serie di seminari, workshop, tavole rotonde e incontri di approfondimento la formazione con gli amministratori locali. “E' venuto fuori che nessuno conosceva la figura del migrante climatico – argomenta la responsabile -. E' iniziato quindi l'approfondimento del fenomeno”. E poi i problemi pratici che possono presentarsi quando in una piccola comunità vengono trasferite “magari senza preparazione idonea” centinaia di persone da ospitare e bisognose di assistenza. “Molti sindaci hanno spiegato che non credono che i piccoli centri si possano ripopolare con i migranti. Altri sono contrari alla formazione di ghetti nei grandi centri ma favorevoli a una distribuzione con piccoli gruppi”.

Risultato? “C'è proprio un filo sottile che unisce clima e migrazione e se non è la causa principale, quantomeno il cambiamento climatico è una concausa”. Un esempio? “Il più evidente è quando un intero territorio si desertifica, oppure quando cambiano le modalità di lavorazione nell'agricoltura o quando sorgono conflitti per la gestione di risorse ambientali”. Motivazioni e cause, molto spesso “sconosciute o ignorate dagli stessi migranti”. Le problematiche evidenziate nel progetto, che fa sintesi di tutto il lavoro di conoscenza, approfondimento e la concretezza della quotidianità con i Comuni, ma anche le ipotesi di soluzioni “saranno portate in Europa sotto forma di raccomandazioni e linee guida”.

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