risparmio & costi

Quando la competizione si gioca sul filo del centesimo

di Gianfranco Ursino


3' di lettura

Negli ultimi anni la competizione tra emittenti di Etf è stata molto accesa, con un trend di discesa dei costi che ormai li vede ridotti al lumicino. Anche considerando che alcuni oneri, pure a fronte di economie di scala, sono incomprimibili. E le differenze di pricing tra i vari emittenti sono spesso irrisorie, con impatti significativi e percettibili soprattutto dagli istituzionali che investono cifre ingenti in un’ottica di lungo termine.

Dall’analisi condotta dalla società di consulenza Norisk per Plus24 emergono gli effetti della concorrenza a colpi di tagli dei costi avviata già da alcuni anni dai concorrenti di Vanguard. Il gruppo di Malvern (Pennsylvania) non esce sempre vincente dal confronto dei costi con Etf confrontabili nelle diverse categorie di investimento.

IL CONFRONTO CON I COMPETITOR Posizionamento degli Etf di Vanguard in termini di costo rispetto ai prodotti dei concorrenti delle diverse categorie. Dati al 12 settembre 2018
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«Vanguard è competitiva – spiega Marcello Rubiu, partner di Norisk – ma deve vedersela con competitor molto agguerriti, che possono cambiare nel tempo. Dall’analisi emerge che oltre ad iShares, anche Xtrackers è molto competitiva. Qualche anno fa non era così». Lo studio ha messo a confronto i costi totali, considerando le spese di gestione (Ter) ma anche la differenza tra il prezzo di acquisto e vendita dell’Etf in Borsa (spread bid - ask), che rappresenta un costo implicito per l’investitore. Specialmente per chi opera in ottica di trading nel breve periodo. «Senza entrare troppo nei dettagli tecnici – continua Rubiu – il patrimonio dell’Etf rappresenta la migliore garanzia per gli investitori. Le masse possono essere espressione della capacità del fondo di essere competitivo su tutta la linea. Anche sul fronte degli spread, che tendono a diminuire se gli investitori aumentano. Ma se le masse non crescono, gli emittenti non possono mantenere costi bassi nel tempo. Poi c’è un tema di indici, che possono anche non piacere a certi investitori istituzionali abituati a utilizzare specifici benchmark». Anche questo può forse spiegare il successo “non esplosivo” di Vanguard in Europa, che ha nel suo Dna la pazienza di approcciare nuovi mercati, e quindi fare investimenti con parsimonia, riuscendo nel tempo a diventare leader nell’industria del risparmio con i fondi passivi: Etf e fondi indicizzati. «Oggi la vera forza di Vanguard – continua Rubiu – sta soprattutto nella piattaforma di negoziazione proprietaria che in Usa e Uk consente di offrire a prezzi stracciati un servizio di investimento completo (prodotti, consulenza ed execution), offrendo anche Etf di case terze».

Di recente Vanguard ha azzerato sulla propria piattaforma le commissioni di negoziazione anche per gli Etf di terzi (per i propri non erano già previste), salvo lasciarle per i prodotti complessi per non rendere troppo facile l’acquisto ai piccoli investitori di prodotti a leva più rischiosi per le loro tasche.

L’industria dei fondi passivi prosegue quindi nel suo trend di crescita, grazie ai numeri che sempre di più evidenziano la difficoltà dei gestori attivi a fare meglio. I gestori attivi fanno fatica a esprimere valore aggiunto. «Ci sono categorie in cui i gestori riescono a generare “alpha” – prosegue Rubiu –. Per esempio nella categoria dei fondi Azionari Europa FlexCap tutti gli indicatori sono positivi. Pure i bilanciati flessibili in apparenza possono far vedere risultati tutto sommato positivi, con un numero di fondi che hanno battuto il benchmark piuttosto elevato. Ma poi sono riusciti nell’ultimo triennio a chiudere in media in perdita, in un contesto di mercato leggermente positivo. Questo significa che c’è molta dispersione, con gestori che hanno fatto bene ma altri che sono andati sotto benchmark in modo significativo».

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