filosofia politica

Quando la democrazia non è solo la conta dei voti

di Sebastiano Maffettone


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2' di lettura

Antonio Floridia, direttore dell’Osservatorio Politiche per la Partecipazione della Regione Toscana, ha scritto un libro teoretico sull’idea di democrazia deliberativa. Per democrazia deliberativa si intende di solito una visione della democrazia che vada oltre il mero fatto aggregativo, le elezioni e la conta dei voti. In questa visione, quello che è al centro dell’analisi è la congiunzione di riflessione pubblica ponderata e decisione popolare che costituiscono il cuore della deliberation . Floridia non intende presentare l’idea di democrazia deliberativa da un punto di vista logico-sistematico, che pure non manca nel libro, ma da quello storico e genetico.

L’intuizione è felice perché consente di vedere gli sviluppi progressivi del concetto principale, partendo - come è giusto- dal lavoro dei grandi pensatori che ne hanno preparato il cammino, sarebbe a dire John Rawls e Juergen Habermas. Particolarmente utile, in questa prospettiva, si rivela la lettura dei gradi successivi in cui l’idea di democrazia deliberativa si presenta in contesti diversi e per scopi differenti.

Nel suo complesso, il volume è diviso in due parti, cui fa seguito un capitolo conclusivo. Di notevole interesse nella prima parte è l’analisi dei testi degli anni 1980 negli Stati Uniti, testi come Beyond Adversary Democracy di Jane Mansbridge e Strong Democracy di Benjamin Barber, testi che -pur essendo noti gli studiosi-di solito non sono adoperati nella ricostruzione dell’idea di democrazia deliberativa. Leggendoli si comprende invece quanto sia rilevante l’origine statunitense del paradigma, l’ispirazione nell’esperienza del governo locale e la vocazione «partecipativa» che è poi quella che permane in tutto il prosieguo del percorso della democrazia deliberativa.

Corretto appare anche il collegamento tra questi albori del concetto e il costituzionalismo critico di Bessette, Sunstein, Michelman e Ackerman, questo in verità più usuale nella letteratura sul tema. In questa occasione, sarebbe stato forse utile chiarire meglio il rapporto polemico di questi autori con una visione liberal della democrazia del tipo di quella di Ronald Dworkin, nonché insistere sul fatto che in parte i costituzionalisti critici, come li abbiamo chiamati, hanno non solo tratto ispirazione e forza teorica da Rawls ma lo hanno anche ispirato (per esempio Ackerman come fonte degli aspetti costituzionalistici di Liberalismo Politico).

Ineccepibile, invece, la presentazione dei lavori - come quelli di Elster e Manin- della seconda metà degli anni 1980, nonché la riflessione sul lavoro di James Fishkin nel suo tentativo di realizzare se così si può dire la democrazia deliberativa facendone esperienza sul campo. La seconda parte del volume è più routinière, anche se lo è in qualche modo necessariamente essendo dedicata a Habermas e Rawls, due personaggi su cui è difficile dire qualcosa che non si sappia.

Discutibile, come è giusto che sia, e quindi da leggere,il capitolo conclusivo dedicato alla mediazione tra la teoria contemporanea della democrazia deliberativa e la realtà politica del nostro tempo.

Un’idea deliberativa della democrazia: genealogia e principi, Antonio Floridia, il Mulino Bologna, pagg. 385, € 29

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