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Quando design e industria si unirono per far grande Milano

di Valerio Castronovo

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(AdobeStock)

3' di lettura

C’è un tratto distintivo che continua a caratterizzare l’identità culturale di Milano, di una città laboratorio di fecondi fermenti innovativi. Ed è il design, una risorsa segnata da una spiccata ingegnosità e da una singolare capacità progettuale, il cui valore ha finito per imporsi quale fattore ed espressione trasversale di un lavoro d’alta qualità.

Questa duplice attitudine è il risultato di una lunga esperienza che risale al periodo fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, nel corso della quale l’interesse per una forma d’arte applicata, traducibile nella realizzazione sia di un oggetto che di un edificio, fu dovuta inizialmente alle suggestioni del futurismo, il movimento sorto a Milano, i cui esponenti avevano eletto il binomio fra industria e città a emblema del dinamismo e della modernità del Novecento. In particolare, un manifesto del 1913, in cui Antonio Sant’Elia aveva raffigurato un complesso di edifici slanciati verso l’alto, dalle linee oblique ed ellittiche, che davano perciò un’idea pregnante di agilità e mobilità, venne assunto a paradigma esemplare, in alternativa alla staticità e alla simmetria formale dell’architettura tradizionale, da un nucleo di architetti distintisi poi in un genere di urbanistica estranea alla scenografia per lo più aulica e celebrativa dettata dal regime fascista. La loro attività venne assecondata dalla rivista «Casabella» fondata nel 1928 a Milano da Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico, che avevano quale loro riferimento ideale e concettuale il razionalismo architettonico del Bauhaus di Walter Gropius, una scuola rivoluzionaria d’arte, architettura e design, che intendeva sperimentare modelli stilistici e costruttivi in sintonia con il «carattere progressivo e razionale» della società industriale e le esigenze primarie della collettività.

A sua volta, un ingegnere milanese come Gio Ponti diede avvio, in quello stesso periodo, alla progettazione di mobili e suppellettili ispirati alla tradizione artigianale, ma realizzati con le tecniche più avanzate. Fondatore nel 1928 della rivista «Domus» e artefice di uno stile lineare fondato sulla leggerezza del manufatto, si segnalò per la progettazione di alcune opere rimaste delle pietre miliari: dalla Casa a torre sui bastioni milanesi di Porta Venezia, alla metallica Torre Branca (già Littoria) al Parco Sempione, allo squadrato palazzo della Montecatini. All’insegna dei canoni dell’estetica razionalista, Ponti avrebbe progettato successivamente il grattacielo della Pirelli, realizzato fra il 1954 e il 1956 in base a una struttura di cemento armato, da lui studiata insieme a Pier Luigi Nervi, in modo che essa si assottigliasse di piano in piano, alla stregua di un volo verso l’alto.

Di un’integrazione fra architettura e ingegneria in base a uno stile razionalista fu un pioniere anche Piero Portaluppi, che, divenuto condirettore nel 1935 di «Casabella» (acquistata dall’Editoriale Domus), contribuì a fare della rivista un cenacolo aperto anche ad alcuni giovani architetti come Lodovico Barbiano di Belgiojoso ed Ernesto Nathan Rogers, che avrebbero poi progettato, insieme a Gian Luigi Banfi e a Enrico Peressutti, la Torre Velasca nel capoluogo lombardo, costruita nel 1958.

Di fatto l’architettura razionalista tenne a battesimo il design industriale, in quanto caratterizzato da un analogo intreccio fra creatività e funzionalità. Se Gio Ponti fu senz’altro il precursore di questa convergenza, mentre Luigi Figini e Gino Pollini ne teorizzarono le potenzialità, i fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni svolsero in tal senso un ruolo di rilievo con l’ideazione di alcuni strumenti originali per la loro funzionalità pratica e un gusto raffinato.

Perciò, quando si manifestò, dal secondo dopoguerra, un maggior accesso del ceto medio ad alcuni beni di consumo durevole, fiorirono numerosi prodotti risultanti da una progettazione ingegneristica destinata a imporsi per singolari forme estetiche e requisiti funzionali, largamente premiati dal mercato e tali da suscitare crescente attenzione all’estero. Ebbe così inizio l’età dell’oro del design industriale italiano, in quanto segnata da un ventaglio di realizzazioni caratterizzate da un’alta eleganza stilistica e da un incrocio fra arte, tecnologia e innovazione.

Quale sede di rinomati studi professionali e di appositi corsi presso le facoltà di Architettura e Ingegneria, Milano e il suo hinterland divenne così l’epicentro di una scuola di design che brillava per la capacità di associare fantasia progettuale, sensibilità estetica e una sagace maestria sul piano esecutivo. Si spiega perciò come, in virtù di una pluralità di applicazioni e attitudini di alcuni designer (che erano talora anche architetti, scultori e art director), la città ambrosiana sia assurta a capitale per eccellenza del design e mantenga tuttora questo suo primato mondiale.

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