Qualcuno sa leggere

Quando i disegni fanno pensare

di Paolo Legrenzi

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3' di lettura

Nel 1943 Antoine de Saint-Exupery pubblica Il Piccolo principe, che sarà tradotto in più di 250 lingue. La fiaba inizia così:

«Un tempo lontano, quando avevo sei anni … vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C’era scritto: ”I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla … “. Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno. Era così:

Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: ”Spaventare? Perché uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?”.

Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante».

L’interpretazione del disegno non era quella degli adulti che non riuscivano a farsi il modello mentale di un serpente che ha ingoiato un elefante.

Quante cose diverse può essere il disegno? Forse anche un messicano dietro a un muro che nasconde tutto tranne il cappello, o il profilo di montagna? O che cosa ancora?

Lo psicologo Josef Perner, con un ingegnoso esperimento pubblicato nel 1983, ha dimostrato che i bambini di tre anni hanno difficoltà a concepire quello che c’è nella testa di un’altra persona se questo contenuto è diverso da quello che è nella loro testa. A sei anni il piccolo Antoine de Saint-Exupery l’ha imparato, ma continua a stupirsi.

Immaginate un teatrino in cui i bambini vedono Piera, una marionetta, e il disegno di un cappello. Poi Piera esce e, nella scena successiva, compare Antonia. L’adulto spiega ad Antonia e ai bambini che quello non è un cappello, ma il disegno di un boa con un elefante in pancia. Ora rientra in scena Piera. Domandate: «Che cosa penserà Piera di quel disegno?». Per i bambini fino a tre anni, Piera penserà come Antonia: «È un boa!». Quando i bambini diventano grandi, invece, sanno che i contenuti mentali di Piera, assente durante la spiegazione, e di Antonia sono diversi e, così, i bambini diventano capaci di mentire usando descrizioni false! Qualcosa del genere avviene con le emozioni. Gergely Cisbra (1995) ha mostrato che i bambini fino a un anno d’età, quando concentrano lo sguardo su un oggetto sconosciuto, seguendo lo spostarsi dell’attenzione di un adulto, trasferiscono le emozioni espresse dal viso e dagli occhi dell’adulto all’oggetto in questione. L’oggetto è disgustoso se il viso dell’adulto esprime disgusto. Poi i bambini imparano a distinguere i loro gusti dalle emozioni che vedono sul viso dell’adulto.

Primo esercizio. Presentate a un bambino disegni interpretabili in più modi e discutete con lui le varie possibilità. Ne sa inventare di nuove? Sa distinguere le sue e le vostre emozioni?

Ora facciamo lo stesso gioco immagini-linguaggio, ma a rovescio, ripetendo un famoso esperimento di Mani e Johnson-Laird (1982). Ecco la descrizione linguistica di come sono disposte delle posate e un piatto:

Il cucchiaio è dietro la forchetta
Il cucchiaio è a sinistra del piatto
Il coltello è a destra del piatto
Abbiamo quattro oggetti, A, B, C, D. Il disegno andrà fatto così:


Proviamo ora a leggere questa descrizione:
A è dietro a D
A è a sinistra di B
C è a destra di A

Ora abbiamo una descrizione linguistica indeterminata. Si possono fare due disegni e vanno bene entrambi:

Secondo esercizio. Ripetere questo gioco con descrizioni semplici o complicate. Si coglierà che i disegni tolgono ambiguità al linguaggio. Si possono fare gare tra bambini più grandi, introducendo negazioni. Invece di dire “dietro” si può dire: “non è davanti”, e così via. Altra complicazione: provate a usare oggetti colorati descrivendoli con parole scritte con un inchiostro di colore diverso da quello dell’oggetto. Per esempio, l’immagine di un quadrato rosso verrà indicata con le stesse parole scritte in verde. Linguaggio e immagini sono in contrasto! Si fa più fatica: un altro caso di ambiguità.

Tutte le variazioni del secondo esercizio ci mostrano il ricco rapporto tra parole e disegni.

I disegni sono chiari, ma se dettagliati possono servire per nascondere le cose. L’esplorazione visiva e l’addestramento all’attenzione spaziale sono sfruttati in fiabe come Il segreto degli gnomi. Nella serie di libri illustrati di Wil Huygen e Rien Poortvliet, disegni ricchissimi e minuziosi permettono di scoprire sempre nuovi dettagli sulla vita degli gnomi. Questo effetto “sorpresa” può venire sfruttato anche con gli adolescenti. Provate a leggere, all’inizio de Il nome della rosa, il romanzo di Umberto Eco, la descrizione dell’abbazia. Se dopo averla letta, domandate a bruciapelo: l’edificio con i torrioni e a sinistra o a destra della chiesa? Che cosa c’è davanti a questa? Solo la mappa rende chiara una descrizione linguistica troppo ricca

Il nostro collaboratore Paolo Legrenzi è autore, tra l’altro, di «La fantasia» (il Mulino, 2010) dove potrete trovare altri esempi

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