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Quando la disuguaglianza distrugge la cooperazione

Società più diseguali sono caratterizzate da maggiori problemi sociali e sanitari e vedono compromessa anche la loro coesione sociale

di Vittorio Pelligra

(Andrii Yalanskyi - stock.adobe.com)

5' di lettura

La disponibilità alla produzione volontaria di beni pubblici è considerata una misura affidabile della capacità di cooperare delle comunità, dei gruppi, delle organizzazioni, degli Stati. La produzione di un bene pubblico, infatti, è un processo che porta ad un beneficio collettivo, ma solo se gran parte delle parti in causa contribuiscono alla sua produzione.

Se, al contrario, il numero dei free-rider, degli opportunisti che vogliono godere dei benefici del bene pubblico senza sopportare i costi della sua produzione, è troppo elevato, allora il processo cooperativo viene minato alla radice, il bene pubblico viene prodotto a livelli insufficienti e tutti i potenziali beneficiari invece che godere dei possibili vantaggi, rimangono con un pugno di mosche.

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Abbiamo visto nelle settimane scorse quali fattori possono spiegare i comportamenti osservati in situazioni di questo tipo. In particolare, abbiamo sottolineato il ruolo della cosiddetta “cooperazione condizionale”, la tendenza, cioè, a cooperare in contesti nei quali la maggior parte dei soggetti cooperano e, simmetricamente, a fare un passo indietro nel caso in cui, invece, la maggior parte dei potenziali contributori si rivela opportunista.

Come influisce la disuguaglianza

L'analisi sperimentale del processo di produzione volontaria di beni pubblici ci fornisce informazioni importanti per la comprensione della dinamica dei fenomeni cooperativi nel mondo reale. In questo senso un elemento cruciale, che fino ad ora non abbiamo tenuto nella giusta considerazione, riguarda il grado di eterogeneità nella distribuzione del reddito dei soggetti in causa. In altri termini è importante chiedersi quanto e in che modo l'eventuale disuguaglianza nella distribuzione del reddito dei partecipanti può favorire o ostacolare la disponibilità alla cooperazione.

Poter rispondere su basi solide a questa domanda è fondamentale per comprendere quali effetti può avere la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito soprattutto nei paesi avanzati, sulla disponibilità dei loro cittadini a cooperare tra loro. Già nel 2003 una meta-analisi condotta da Jennifer Zelmer, una ricercatrice della McMaster University (“Linear public goods experiments: a meta-analysis”. Experimental Economics 6, pp. 299–310, 2003) concludeva che l'eterogeneità nelle dotazioni monetarie dei partecipanti agli esperimenti influisce negativamente sulla disponibilità alla contribuzione al bene pubblico. A seguito di questo primo risultato sono stati condotti molti altri studi specificamente disegnati per cercare di dare una risposta rigorosa a questa stessa domanda.

Edward Buckley e Rachel Croson, per esempio, pongono l'accento sul tema dell'avversione alla disuguaglianza. L'idea di fondo è quella secondo cui chi ha una dotazione più alta tende a voler ridurre la disuguaglianza rispetto a chi ha di meno e quindi, in media, contribuisce maggiormente alla produzione del bene pubblico. Buckley e Croson testano questa ipotesi in un public good game ripetuto nel quale i partecipanti sono divisi in gruppi da quattro in cui due soggetti ricevono una dotazione pari a 50 punti sperimentali e gli altri due, invece, ricevono 25 punti (i punti verranno poi trasformati in denaro contante alla fine dell'esperimento).

Quale sarà l'effetto di questa eterogeneità nei redditi iniziali sulla disponibilità a fare la propria parte? I dati sembrano mostrare che l'ammontare investito nel bene pubblico da ogni individuo non differisce in relazione al reddito iniziale. I più “ricchi”, in altri termini, contribuiscono con percentuali minori, rispetto ai più “poveri” (“Income and wealth heterogeneity in the voluntary provision of linear public goods”. Journal of Public Economics 90, pp. 935–55, 2006).

In un esperimento simile, Claudia Keser, Andreas Markstädter, Martin Schmidt e Cornelius Schnitzler considerano tre trattamenti differenti. In un primo caso (trattamento “Simmetrico”), tutti i membri del gruppo partono con lo stesso trattamento di 15 punti. Il secondo trattamento, invece, (trattamento “Asimmetrico debole”), prevede una distribuzione diseguale delle dotazioni iniziali: 10, 15, 15 e 20 punti, per i quattro giocatori. L'ultimo trattamento (“Asimmetrico forte”), prevede una distribuzione delle dotazioni iniziali ancora più sbilanciata: 8 punti per tre dei membri del gruppo e 36 per il quarto.

È importante notare che in ciascun trattamento la somma totale delle dotazioni iniziali è la stessa. Questo vuol dire che, potenzialmente, ogni gruppo potrebbe produrre esattamente lo stesso ammontare di bene pubblico. I dati ricavati dall'esperimento di Keser e soci danno indicazioni interessanti: nel trattamento “Asimmetrico debole” i soggetti contribuiscono in maniera simile alle contribuzioni osservate nel trattamento “Simmetrico”, mentre nel trattamento “Asimmetrico forte” le cose cambiano e i soggetti tendono a contribuire globalmente di meno.

Questo effetto dipende principalmente dal comportamento del membro più ricco del gruppo, quello con la dotazione di 36 punti, che, infatti, contribuisce, rispetto agli altri tre membri del gruppo, per una percentuale molto inferiore del suo reddito iniziale (“Rich man and Lazarus: asymmetric endowments in public-goods experiments”. CIREANO Working paper 2013s-32, 2013).

Chi più ha meno contribuisce

Un ulteriore elemento di interesse è quello relativo non solo alla differenza nelle dotazioni iniziali, ma piuttosto all'origine di tale differenza. Negli esperimenti economici, tipicamente, le dotazioni iniziali possono essere attribuite ai soggetti dagli sperimentatori, come “manna da cielo”, si dice, oppure possono essere guadagnati dai soggetti attraverso dei compiti preliminari che vengono svolti nelle fasi iniziali dell'esperimento. Confrontare queste due possibilità può aiutarci a gettare luce sugli effetti rispetto alla disponibilità a cooperare, non solo dell'eterogeneità nella distribuzione dei redditi ma anche della loro origine.

Nell'esperimento di Cherry, Frykblom e Shogren la dotazione iniziale che andava ai partecipanti di un primo gruppo era il premio per la partecipazione ad un quiz. Maggiore il numero delle risposte esatte, maggiore la dotazione guadagnata. In un secondo gruppo invece, la dotazione veniva assegnata, come di consueto, automaticamente. I risultati dell'esperimento mostrano che in rapporto ai partecipanti del secondo gruppo, quelli del primo gruppo, caratterizzato da una diversità nel reddito, meritata in qualche senso, tendono a mostrarsi meno cooperativi.

Ma la cosa veramente interessante è che sembra dimostrato il fatto che questa minore disponibilità alla cooperazione deriva non tanto dalla fonte del reddito – guadagnato o ricevuto – ma, piuttosto, dalla sua ineguale distribuzione (cfr. Drouvelis, M., (2021). Social Preferences: An Introduction to Behavioural Economics and Experimental Research. Newcastle Upon Tyne. Agenda Publishing). È la disuguaglianza, di per sé, a rendere i gruppi meno cooperativi. Secondo molti commentatori questo è dovuto all'effetto dell'“identità sociale”.

La presenza di disuguaglianze tra i membri di una comunità, le differenze di reddito, in questo caso, riduce l'identificazione con il gruppo e in questo modo tende a minare la coesione sociale. Società più diseguali, quindi, non solo sono caratterizzate da maggiori problemi sociali e sanitari – maggiore mortalità infantile, un'aspettativa di vita inferiore, maggiore incidenza delle malattie mentali, di abuso di droghe e di obesità, tra le altre cose – ma vedono compromessa anche la loro coesione sociale e, con questa, la capacità di fare le cose insieme e di ottenere quei benefici e reciproci vantaggi che solo gruppi capaci di elevati livelli di cooperazione riescono ad ottenere. Un ulteriore aspetto di cui non possiamo non tener conto.

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