Mind The Economy

Quando la “diversità” diventa un bene pubblico

I nostri errori ci appaiono, primariamente, come una faccenda individuale, invece, molto spesso, l'errore ha una fortissima dimensione sociale

di Vittorio Pelligra

(PhotoAlto / AGF)

5' di lettura

Quando ripensiamo agli errori, agli sbagli che abbiamo commesso nella nostra vita, alle loro conseguenze, a come sono andate le cose e a come sarebbero potute andare se non fossimo inciampati in quell'ostacolo inatteso e imprevisto e, magari, proviamo anche ad interrogarci sulle cause che li hanno determinati quegli errori, capita, di solito, di trovarsi impegnati in un soliloquio. In un dialogo tra noi e il mondo. Un dialogo nel quale la nostra mente interagisce con l'ambiente fisico esterno.

Questi errori, i nostri errori ci appaiono, primariamente, come una faccenda individuale che attiene alla nostra personale relazione con il mondo. Eppure, spesso, molto spesso, l'errore ha, invece, una fortissima dimensione sociale. Non foss'altro che per quanto ciascuno di noi è “persona in relazione” e non solo individuo isolato e indipendente dagli altri. Questa interdipendenza, naturalmente, ci influenza sia nel bene che nel male. Molte volte i nostri errori dipendono direttamente da ciò che pensiamo, dalle credenze che ci siamo formati e dalle opinioni che sviluppiamo e tutti questi elementi attengono, spesso molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, a ciò che pensano gli altri.

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Vantaggi e rischi del conformismo

Tendenzialmente siamo portati a vedere le cose così come le vedono coloro che ci circondano e, in linea di massima, questo è un gran vantaggio perché una certa dose di conformismo protegge le comunità dalla disgregazione, facilita il rispetto delle norme sociali, induce comportamenti cooperativi ed è psicologicamente rassicurante. Come ci ricorda il giurista di Harvard Cass Sunstein «questo genere di conformismo non è né stupido né insensato [perché] le decisioni che prendono gli altri trasmettono informazioni su ciò che realmente dovrebbe essere fatto» (“Why Societies Need Dissent”, Harvard University Press, 2005”).

È anche vero però che se una certa dose di conformismo aiuta, una dose eccessiva rischia di soffocarci. E il rischio che l'aria inizi pericolosamente a scarseggiare a seguito di comportamenti e pensieri eccessivamente omologati è tanto maggiore quanto più è subdolo il meccanismo attraverso il quale tale rischio si manifesta. L'omologazione ci fa sentire bene, ci fa sentire accolti e compresi da tutti coloro che la pensano come noi e, quindi, ci fa sentire nel giusto.

I social hanno reso evidente ed amplificato enormemente questi fenomeni di raggruppamento assortativo attraverso la creazione di infinite “camere ad eco” dove diciamo e ci sentiamo dire solo le cose che già pensiamo e già crediamo. Se da una parte questo fenomeno è emotivamente e psicologicamente rassicurante, allo stesso tempo, determina un impoverimento dei punti di vista e questo, a sua volta, può contribuire a creare un ambiente ideologicamente saturo, tossico, incline all'errore.

L’origine sociale dell’errore

Nella “pars destruens” del suo “Novum Organum”, il filosofo inglese Francis Bacon discute l'origine e la causa degli errori che possono ostacolare il nostro cammino alla ricerca della verità. Siamo nel 1620 e Bacon si adopera per classificare questi errori, i cosiddetti “idoli”, che vengono adorati e riveriti da coloro che disprezzano la verità: ci sono gli “idola tribus”, gli “errori della tribù” quelli che derivano dalla nostra stessa condizione di fallibilità umana; gli “idola specus”, gli errori della caverna platonica, legati alla nostra individualità e stile cognitivo; ci sono poi gli “idola fori”, gli “errori della piazza”, che derivano dall'interazione con gli altri esseri umani e, infine, gli “idola theatri”, gli errori del teatro, associati a visioni superstiziose e ideologiche della natura e della società. Di queste quattro tipologie di errore, ben tre hanno natura sociale, derivano, cioè, dal nostro essere inseriti in un mondo di relazioni interpersonali: la tribù, la piazza e il teatro sono al tempo stesso luoghi di protezione, prosperità e gioia, ma anche di errore. Spesso sbagliamo, dunque, a causa di ciò che pensiamo sulla base del fatto che altri pensano allo stesso modo.

Questa origine sociale dell'errore, in particolare il ruolo tossico dell'eccessivo conformismo si dipana, secondo il Premio Pulitzer Kathryn Schulz, lungo tre direttrici: il primo punto riguarda il fatto che una comunità di appartenenza che coltiva e alimenta il conformismo offrirà un supporto eccessivo alle nostre idee che ci indurrà a credere di avere ragione più frequentemente di quanto dovremmo. In secondo luogo, l'appartenenza a tali comunità tenderà a proteggerci dal confronto e dallo scontro con chi la pensa diversamente da noi e ci indurrà, quindi, ad ignorare o a sottovalutare il peso delle opinioni difformi dalle nostre. Infine, l'appartenenza a queste comunità ci porterà a soffocare ogni confronto interno, ogni cambiamento e ogni innovazione che potrebbe manifestarsi come sovvertitrice dell'ordine prestabilito e della tradizione consolidata.

Diversità e anticonformismo come bene pubblico

Abbiamo parlato in precedenti “Mind the Economy” del rischio della “trappola della conferma”; il meccanismo che ora tratteggiamo non è altro che la sua variante sociale. Dunque, se l'eccessivo conformismo rende sterili le comunità e i singoli che le abitano potrebbe essere auspicabile l'introduzione di elementi di rottura, di ribellione al pensiero unico, di innovazione. A riguardo, però, il problema è che chiunque, all'interno di una certa comunità conformista, si dovesse fare interprete di questa diversità dissonante, rischierebbe di pagarne, individualmente, le care conseguenze. Come ricorda Joseph Jastrow, infatti, nel suo “The Story of Human Error” (Appelton-Century Company, Inc., 1936), «il conformismo di gruppo è stato a lungo imposto attraverso l’ostracismo, l’esilio e la violenza. Lo scettro, il campo di battaglia, l’arena, la folla, i tribunali dell'inquisizione, il rogo, non sono altro che strumenti di imposizione della fede comune. Il suo punto era il vecchio e familiare: la forza fa bene. In innumerevoli comunità, storicamente come oggi, l’esattezza di una credenza è essenzialmente stabilita dalla legge, e i membri della comunità sono dissuasi dal dissenso dalla minaccia della forza».

La diversità e l'anticonformismo, dunque, hanno, a ben vedere, la stessa natura di ciò che gli economisti definiscono un “bene pubblico”. Un bene che tutti vorrebbero fosse prodotto in abbondanza, ma che, al tempo stesso, nessuno si prenderebbe la briga di produrre. Come si sa, infatti, i beni pubblici sono beni “non escludibili” e “non rivali”: non è possibile escludere qualcuno dal godimento di questo bene - l'illuminazione notturna, per esempio - e, allo stesso tempo, si sa che il fatto che della stessa illuminazione benefici qualcun altro non riduce la mia possibilità di godere della stessa illuminazione. Sono queste due caratteristiche – la “non escludibilità” e la “non rivalità” – ad attribuire all'illuminazione notturna la natura di bene pubblico. La produzione di questi beni in quantità ottimale non è incentivata dal meccanismo di mercato e per questo, generalmente, se ne fa carico il settore pubblico.

Il ruolo della Scuola

Ma se la diversità e l'anticonformismo, come l'illuminazione pubblica, hanno la caratteristica di essere un bene pubblico, chi si farà carico di favorirne la proliferazione nelle nostre comunità? La risposta più ovvia sarebbe “la Scuola”, naturalmente. Ma possiamo davvero dire che la nostra scuola, con i suoi sistemi di valutazione, con la deferenza ai programmi ministeriali, con la sua rigida gerarchia interna, con i suoi meccanismi di riproposizione del noto, sia, davvero, il luogo più adatto alla coltivazione della diversità? Certamente non tutta la scuola aderisce a questi canoni, ma l'evidenza mostra che, molto spesso, la valorizzazione e la spinta verso l'eccentrico, il ribelle, l'innovazione e l'ignoto, non appare essere, strutturalmente e programmaticamente, al centro degli interessi di chi governa la scuola dei nostri figli. E allora, forse, sarebbe meglio andare a cercare ai margini lontani, negli angolini, nelle periferie di quei centri di elaborazione culturale e sociale che, forse troppo spesso, non fanno che riproporre, in forme neanche troppo differenti, il già noto. Forse solo in quei margini, dove più labili si fanno i confini e più permeabili le barriere, la diversità può trovare spazio di generazione e crescita.

Se il settore pubblico non aiuta che almeno non ostacoli la vita di queste esperienze. Sarebbe una declinazione moderna del principio di sussidiarietà – «l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati» – frutto maturo della nostra recente evoluzione costituzionale.

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