Interventi

Quando Elf e i servizi francesi cercarono di accerchiare l’Eni

La major petrolifera italiana andava difesa non solo dalle interferenze della politica, ma anche da quelle più subdole di potenze straniere

di Franco Bernabè

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(REUTERS)

La major petrolifera italiana andava difesa non solo dalle interferenze della politica, ma anche da quelle più subdole di potenze straniere


4' di lettura

Mentre lavoravo su SuperAgip accadde un fatto inquietante i cui contorni mi furono chiari solo alcuni anni dopo, quando un ex agente dei servizi segreti francesi pubblicò un libro autobiografico dove descriveva il modo in cui aveva cercato di creare il consenso intorno a una combinazione fra Eni ed Elf, la società petrolifera di Stato francese. Nell’autunno 1993 aveva cominciato a farsi strada sulla stampa italiana l’idea che Eni dovesse rafforzarsi con una partnership internazionale e che il candidato ideale per un accordo dovesse essere la francese Elf Aquitaine. Ne aveva parlato il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta a un incontro di fine novembre tra il governo italiano e quello francese, raccogliendo l’adesione di Alain Juppé, l’omologo di Andreatta al quai d’Orsay. Parigi all’epoca era in regime di coabitazione, con un socialista, François Mitterrand, alla presidenza della Repubblica e un conservatore, Édouard Balladur, alla guida del governo.

Il progetto Eni-Elf non rappresentava per me una novità. Alla fine dell’anno precedente il capo della compagnia transalpina, Loïk Le Floch-Prigent, si era fatto vivo proponendomi un accordo strategico che avrebbe dovuto sfociare in una combinazione societaria. Il senso dell’operazione avrebbe dovuto essere un rafforzamento della presenza in Africa, dove Eni godeva e gode di importanti punti di forza soprattutto in Egitto e in Libia, paesi in cui Elf aveva difficoltà a entrare. Per Eni l’accordo non aveva alcun interesse e probabilmente avrebbe comportato una subordinazione a Elf. Gli avevo detto quindi che non intendevo discuterne perché avevo altre priorità e dovevo concentrarmi sulla ristrutturazione del gruppo.

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Le Floch-Prigent era un personaggio che non mi piaceva. Come molti alti dirigenti francesi aveva fatto carriera all’ombra della politica. Militante socialista, era stato capo di gabinetto del ministro dell’Industria Pierre Dreyfus e in seguito era stato nominato presidente di Rhône Poulenc. Negli anni ottanta aveva costruito un solido rapporto con François Mitterrand, che nel 1989 ne aveva favorito l’ascesa al vertice di Elf Aquitaine. Non era tipo da rinunciare facilmente ai suoi obiettivi. Al mio rifiuto di discutere del progetto era passato al contrattacco. Tramite Alfred Sirven, presidente di Elf International e numero due del gruppo Elf, aveva contattato Pierre Lethier, ex colonnello dei servizi segreti d’oltralpe, per sviluppare una strategia di accerchiamento di Eni in Italia.

Fu proprio in quei giorni che ricevetti una strana telefonata da Nicola Trussardi, persona con cui non avevo mai avuto rapporti. Lo stilista milanese vicino al Psi di Craxi mi disse che avrebbe voluto incontrarmi per parlarmi di una possibile alleanza con i francesi nel settore dell’energia. Rimasi stupefatto della sfacciata richiesta di Trussardi. Gli risposi che non mi occupavo di moda e che quindi non avevamo niente da dirci.

In quei giorni la stampa era piena di articoli favorevoli a Eni-Elf. Francesco Forte in un’intervista si era dichiarato entusiasta dell’idea. Ma non erano solo i socialisti a interessarsi alla possibile combinazione. A farsi promotori del progetto erano scesi in campo anche personaggi insospettabili come Ricardo Franco Levi, che dopo aver lasciato la direzione de “L’Indipendente” era divenuto collaboratore di Prodi. In un sistema politico come quello italiano, dove di solito si è in disaccordo su tutto, la stramba idea di un’intesa fra Eni ed Elf sembrava mettere tutti d’amore e d’accordo. Scoprii solo molti anni più tardi, leggendo il libro di Lethier, la vastità della rete di contatti che egli aveva messo in campo. Trussardi era stato contattato da Hubert Le Blanc Bellevaux, il braccio destro di Le Floch coinvolto nella vicenda delle tangenti Elf, e a Levi era arrivato attraverso Giacinto La Monaca, un ex partigiano comunista bolognese diventato uomo d’affari in Francia. Ma la rete era molto più vasta, alimentata dai rapporti in Italia di Michel Carmona, professore universitario francese affiliato alla massoneria, ex consigliere del guardasigilli Albin Chalandon. Sul tema ricevevo telefonate dalle persone più disparate alle quali invariabilmente rispondevo, irritato, che l’operazione non era di nostro interesse. Immaginavo che dietro a tutto questo attivismo ci fosse Le Floch. A un certo punto decisi di chiamarlo. Urlando al telefono gli dissi che doveva smetterla di crearmi fastidi con un progetto che non condividevo né avrei mai realizzato e che se avesse continuato a farmi pressione avrei rotto qualsiasi rapporto con Elf.

Le Floch-Prigent finì poi in prigione, travolto dagli scandali per il finanziamento dei partiti in Francia e per le appropriazioni indebite di cui s’era reso responsabile. Sirven fu arrestato come gestore dei fondi neri di Elf e per aver messo in piedi una gigantesca rete di corruzione in Francia e all’estero. E anche Lethier fu arrestato, per corruzione e appropriazione indebita. Durante il processo l’ex ufficiale dichiarò che in realtà non aveva mai smesso di lavorare per i servizi anche dopo che ne era uscito. Per me fu un’esperienza molto istruttiva. Eni andava difesa non solo dalle improprie interferenze della politica italiana, ma anche da quelle più subdole di potenze straniere che potevano utilizzare l’attività coperta dei loro servizi per condizionarne le prospettive.

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