a che punto è la notte

Quando finirà il sabba delle streghe?

di Massimo Cacciari


default onloading pic
Globalizzazione e razionalizzazione si sono disgiunte per qualche causa storicamente contingente, o sono giustapposte “ab origine”? (foto Reuters)

6' di lettura

Noi oggi ci troviamo ad aver compiuto questo processo: il mondo si è globalizzato. Il periplo si è compiuto. Ma lungi dall’apparirci finalmente razionalizzato, esplodono colossali, apparentemente insuperabili disuguaglianze. Il pianeta si è fatto Globo, ma ci appare l’opposto di quella repubblica universale, che Kant pensava come Fine della nostra avventura. La nostra filosofia, la nostra scienza e la nostra tecnica, nel loro essere un unico insieme, sono un sistema che ha globalizzato il mondo. Ma dove sta la sua razionalità? Perché all’interno di questo poderoso processo si sono scatenate due guerre mondiali? Perché al suo stesso interno questi attuali conflitti, queste lacerazioni, che hanno indotto alcuni a parlare di scontri di civiltà? Globalizzazione e razionalizzazione si sono disgiunte per qualche causa storicamente contingente, o sono giustapposte ab origine ? Questo è certo: che il processo che ha entrambe coinvolto è stata una formidabile energia sradicante. Anche qui la storia viene da lontano: è Agostino che in una pagina famosa del De civitate Dei afferma che il cristiano deve chiamare a sé, evocare a sé e trasformare in sé i popoli di tutta la terra, quale che sia la loro lingua, la loro religione, i loro culti, la loro storia. Simone Weil lo ha inteso forse più drammaticamente di ogni altro interprete della nostra età: la razionalizzazione-globalizzazione ha significato strappare i distinti, le diverse individualità dalla loro radice e tentare di ricondurli al nostro metro, al nostro lógos. È razionale questo? Corrisponde alla forma del nostro lógos? Non necessariamente, perché nella radice vera di lógos non suona il senso dell’imposizione, bensì quello del collegare, dell'armonizzare. Colligere, lógos, légein, la stessa radice di legere latino, raccogliere. Il nostro lógos non avrebbe potuto determinarsi anche non sradicando, ma raccogliendo? Non si è determinato così, continua a non determinarsi così; ha sviluppato fino in fondo la propria potenza nel senso dell’oltrepassamento sradicante, non del superamento raccogliente. Non è forse questa la causa più formidabile del fatto che oggi la globalizzazione ci appaia irriducibile a qualsiasi forma razionale? Ma un tale esito non era necessario, e tantomeno dobbiamo vederlo come insuperabile. C’è un conflitto nella nostra cultura. Anche nell'Illuminismo emerge la tendenza razionalizzante sradicante; ma non è la sola. Herder e altri grandi come Goethe insistono, invece, sul timbro del lógos che indica il raccogliere accogliente. Da questo timbro viene il Divano occidentale orientale di Goethe, l’amore di Goethe per i grandi poeti mistici persiani. E ora sembra che proprio queste voci siano scomparse. Ora viviamo in una in-forme globalizzazione, un composto di conflitti e di contraddizioni, che sembra averle del tutto dimenticate.

Di nuovo è questo nostro spirito di inquietudine che, nel bene e nel male, ha determinato l’attuale ordine-disordine. Il disordine è il prodotto del processo di razionalizzazione che è proceduto non secondo il timbro del lógos raccogliente. Non è generico caos, ma compimento del processo di razionalizzazione così inteso, ridotto a tale dimensione. Tuttavia noi europei insistiamo a ricercare in esso un Ordine politico, una Forma. E in quale direzione svolgere tale ricerca se non ri-cor-dando, riponendo al centro del nostro cuore, quell’altro timbro del lógos?

Perché siamo entrati in questa età assiale (che rompe la continuità dei tempi, determinando radicali discontinuità, ndr) che appare quasi un’età del disordine? Per esigere e costruire un ordine occorre che ci riportiamo alle origini di questo processo, che comprendiamo il punto dove si è aperta la porta del disordine, dove si è rotto il vaso di Pandora. Per recuperare qualche tempo perduto? Per contrastare il processo di razionalizzazione-globalizzazione? Sarebbe assurdo. Di fronte al disordine attuale ci sono molte voci nostalgiche contro la tecnica, contro la razionalizzazione. Sono nostalgie impotenti, che poi finiscono sempre con l’assumere una coloritura antioccidentale, antieuropea. Sempre un pensiero reazionario, o della restaurazione, ha contrastato l’epoca assiale che viviamo, dicendo che i suoi mali sono guaribili soltanto ritornando indietro, restaurando l’Antico (e fingendo fosse “buono”). È tipico di ogni momento decisivo che si sollevino queste voci, facili da ascoltare poiché semplificano il giudizio intorno alla crisi. Ma, posto mano all’aratro, noi europei non sappiamo ritornare indietro. Nemmeno il nostro paradiso significa un ritorno all’Eden. Perfino il paradiso ci appare come radicale novitas, niente affatto un ritorno alle origini. Togli questa nostalgia per il nuovo e togli il lógos europeo. Per esso pericolo e strada (póros) sono davvero un solo nome. Non c’è nessuna strada che non sia pericolosa, ma anche nessun pericolo che non possa divenire una strada. Pericolo sì, pericolosa sì, ma strada. Qual è la strada che avanza, pericolosa quanto si voglia? Non quella di contrastare globalizzazione e razionalizzazione, bensì quella del dovere di cercare di definirle in un Ordine che riattinga al senso del lógos come potenza accogliente, potenza capace di comparare, di capire, di ascoltare e alla fine comprendere i diversi linguaggi. Se invece la razionalizzazione continua a essere agita come universale sradicamento, mai il suo processo potrà rappresentarsi in-forma. E un nuovo Ordine diverrebbe immaginabile soltanto attraverso una catastrofe, cioè un radicale mutamento di stato. Prospettiva che ha in pensieri reazionari, incapaci di comprendere la svolta dell’epoca, i migliori alleati. “Governare” la svolta, esserne cioè all’altezza, può essere compito soltanto di chi assume in sé tutta la complessità, contraddittorietà e ricchezza del lógos europeo.

Riprendiamo il filo del pensiero di Max Weber. Quale aspetto del processo di razionalizzazione e tecnicizzazione del mondo egli vedeva con timore e tremore imporsi? L’assenza di fini. L’intero processo di globalizzazione che l'Europa aveva conosciuto fino al contemporaneo si era pure determinato secondo finalità di carattere culturale e spirituale. Certo, mai veramente disgiunte da volontà di potere, da una prospettiva egemonica, e tuttavia lo spirito di missione ne era componente essenziale. Si pensi soltanto al valore della forma-Stato, allo Stato di diritto versus l’anarchia delle guerre di religione, o alla sua opera di “civilizzazione” nel pólemos inter-statale, nell’elaborazione di un diritto internazionale. L’intero globo continuava a essere visto come terra di missione. Ogni Stato lo “comprendeva” dall’alto dei suoi Campidogli. E tuttavia il processo di razionalizzazione e globalizzazione si doveva manifestare come affermazione di valori, e cioè di Fini universali. Valori e Fini che dovevano definirsi e determinarsi lungo il processo. Il processo valeva soltanto in forza alla loro presenza; erano essi a determinarne l’essere-in-forma.

Quale appare il carattere “tremendo” che il processo ha oggi assunto? L'assenza di fini. Quale ne è il valore? La crescita continua della ricchezza globalmente prodotta. Fino a un certo momento vincolata a fattori di equità distributiva. Oggi “liberata” anche da questi. Il valore è diventato un termine dal significato esclusivamente economico. A questo alludevano Weber e Sombart nel loro disperato dialogo: quando finirà questo sabba delle streghe? Dovremo davvero aspettare che l’ultima goccia di petrolio e l’ultimo grammo di minerale siano estratti dall'antica Madre? È razionalità questa – quella che spegnerebbe il sole perché non dà dividendi (Keynes) – o piuttosto il processo di razionalizzazione si è separato dalla domanda di Ordine, non si concepisce più come ricerca di forma ? Ci basta ormai procedere, oltrepassare all’infinito, partecipare al sabba? Si è compiuta la profezia nietzscheana e ci siamo trasformati perfettamente in semi-barbari? Nel cattivo infinito, che manca necessariamente di misura (e cioè di finalità determinabili), sradicati in esso, abbiamo trovato la nostra ultima “dimora”? Così oggi appare. E perciò è impossibile rispondere alla domanda: “Quando finirà la notte?”. Perfino la sentinella sembra ormai sparita. E tuttavia dimensioni essenziali del nostro stesso lógos possono ancora essere ascoltate. O riudite, dopo averle magari dimenticate o rimosse. Finalità determinate possono articolarsi all'interno della globalizzazione, capaci di contraddirne la dismisura attuale. Questa è la fatica da compiere. Una millenaria storia si è compiuta. La crisi che attraversiamo è anzitutto il suo stesso compimento. La forma della nuova Età sarà il frutto di una mole immane di tentativi, la risultante di un complesso imprevedibile di azioni e di casi. Pur coscienti di ciò, a noi non è dato attenderla. Del processo che a essa condurrà – magari attraverso catastrofi – facciamo parte volenti o no. E volerlo dobbiamo.

    Loading...

    Newsletter

    Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

    Iscriviti
    Loading...