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Quando la gestione dei rischi entra in Cda i risultati delle imprese migliorano

Il presidente di Cineas, Massimo Michaud: «Avere visione di scenario, essere creativi, aiuta a trovare soluzioni a problemi complessi e a migliorare le performance»

di Carlo Andrea Finotto

(ipopba - stock.adobe.com)

4' di lettura

«Una gestione sofisticata dei rischi, con i temi affrontati a livello di Consiglio di amministrazione e in modo strategico ha effetti positivi sulla competitività delle imprese». Purtroppo, questa prassi non è ancora consolidata nella maggioranza delle imprese italiane, dove è più diffuso un atteggiamento che si potrebbe definire difensivo. A fornire una sintesi delle dinamiche in atto è Massimo Michaud, presidente di Cineas, il consorzio universitario senza fini di lucro fondato dal Politecnico di Milano nel 1987 che si occupa di diffusione della cultura del rischio.

Cresce la percezione del cyber risk

In questi giorni Cineas – che ha 65 soci tra i quali 5 atenei, compagnie assicurative a livello nazionale e internazionale, società di brokeraggio, associazioni di categoria, società di bonifica, studi professionali d'ingegneria e loss adjusting – ha pubblica il nono Osservatorio annuale frutto di un lavoro che ha coinvolto 350 aziende manifatturiere dei settori alimentare, beni per la persona e la casa, chimico farmaceutico, meccanico e metallurgico, con un fatturato compreso tra i 20 e i 355 milioni di euro.

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Nella classifica dei rischi maggiormente percepiti da parte delle aziende si conferma al vertice la sicurezza sul posto di lavoro, affiancata, anche a causa della pandemia, dai problemi di salute sul posto di lavoro. Guadagna posizioni il cyber risk che scalza le problematiche di difettosità del prodotto e le catastrofi naturali, spiegano da Cineas.
Queste ultime hanno assunto una rilevanza crescente nelle ultime 3 edizioni della ricerca con un significativo aumento tra il 2020 e il 2022. I rischi regolamentari, i rischi di provocare un danno all'ambiente e il rischio di perdere le skills professionali significative per l'attività d'impresa, seguono nella classifica. Da notare l'aumento costante dell'importanza dei rischi regolamentari negli ultimi 3 anni e il forte balzo della vulnerabilità delle imprese rispetto alle competenze “chiave”.

GRADUATORIA DEI RISCHI
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Cresce la consapevolezza

Gli sconvolgimenti degli ultimi anni, prima con la pandemia, ora con la guerra che si aggiunge agli effetti non ancora scomparsi della pandemia, stanno lasciando il segno. «È venuto alla ribalta un nuovo tipo di rischio – spiega Massimo Michaud –: il rischio esistenziale, che mette a repentaglio la vita delle imprese, delle persone e della società intera». Queste tipologie di sfide richiedono interventi adeguati da parte di tutte le componenti coinvolte. Nel caso delle imprese, sottolinea il presidente di Cineas, «è indispensabile che questi rischi vengano trattati al giusto livello, quindi nell’ambito dei Cda, e che si lavori per scenari, mettendo in campo tutte le iniziative e gli interventi necessari per scongiurare l’eventualità peggiore».

L’Osservatorio evidenzia non pochi segnali di consapevolezza e di approcci positivi da parte delle imprese. L’ultima rilevazione, ad esempio, è stata effettuata tra dicembre 2021 e febbraio 2022, e il 44,6% delle aziende interpellate ha valutato come probabile una guerra a fronte dell’instabilità politica globale: un segnale del fatto che le imprese sono diventate più attente agli scenari di rischio in cui sono immerse. Inoltre, come ricorda Michaud, la creazione di comitati di rischio e la presenza nei cda è passata dall’11 al 22%. Dalla ricerca emerge poi che quasi l'80% delle imprese vede una correlazione tra gestione dei rischi e sviluppo sostenibile, in particolare la gestione dei rischi è vista dal 23,2% delle imprese come indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità.

Due strade, due risultati

«Quasi l'80% delle imprese – si legge nel report – dichiara di essere impegnata nel perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare in riferimento all’utilizzo responsabile dell'energia, dell'acqua e delle materie prime; al benessere dei propri dipendenti; all’introduzione dell'innovazione per accelerare processi industriali sostenibili e la formazione continua dei dipendenti. Oltre il 55% delle imprese, inoltre, è consapevole che il mancato raggiungimento degli obiettivi aziendali di sviluppo sostenibile avrebbe ricadute negative sulla società. Per circa il 30% delle aziende il Cda è direttamente coinvolto nella realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile».

In questo quadro, risultano però meno positivi gli aspetti riguardanti l’allocazione di un budget per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (oltre il 60% delle imprese non ne ha dedicato) e il monitoraggio dei risultati (per oltre il 35% delle imprese non vengono monitorati né quantitativamente, né qualitativamente).

La fotografia che emerge porta ad alcune considerazioni. «Ci troviamo di fronte a un universo quasi diviso in due – dice Michaud –, a prescindere dalla tipologia del rischio. Assistiamo a due approcci: nel primo la gestione del rischio viene integrata nella peformance di impresa: si tiene conto di un contesto ampio, è un metodo che viene considerato utile a migliorare la gestione nel suo complesso, a progredire, a decidere meglio, e la performance ne trae vantaggio. Nel secondo prevale un atteggiamento più difensivo: c’è consapevolezza ma la gestione del rischio non è vista come la questione principale da affrontare».

La sensibilità personale conta

Quando poi si ragione di rischi esistenziali, allora è difficile pensare a “vie di mezzo”. «Avere una visione di contesto e di scenario – sottolinea il presidente di Cineas – aiuta a superare anche i possibili vincoli psicologici: un orizzonte di lungo periodo non deve diventare un alibi, ma semmai uno stimolo. Devo orientare la mia ricerca verso soluzioni nuove potenzialmente in grado di risolvere il problema. Anche se magari so che riuscirci può essere estremamente complesso. Questo processo mi porta a ragionare in termini creativi e si traduce in maggiore efficienza e competitività».

In tutto questo, sono avvantaggiate le imprese con maggiori dimensioni? Massimo Michaud è chiaro: «La classe dimensionale è uno dei fattori che fanno la differenza: è ovvio che in un’impresa strutturata sia più semplice portare avanti una gestione del rischio integrata, anche a livello di board. Nelle realtà più piccole rischia di essere il titolare a occuparsi di tutto». Insomma, la dimensione conta, «ma non è l’unico fattore: quello più importante è la sensibilità personale. Abbiamo incontrato molti interlocutori veramente convinti dell’importanza di questi percorsi, persone che sposano il cambiamento in modo sostanziale».


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