innovazione

Quando l’algoritmo «disegna» l’abito

di Marta Casadei


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(REUTERS)

5' di lettura

Le immagini raccolte in un viaggio. I colori di un’opera d’arte. Le forme di un edificio. La leggerezza di un nuovo materiale. Gli input che hanno spinto ( e spingono) un designer a dare vita a una collezione di moda sono molteplici e, spesso, i più disparati. Hanno a che fare con la sensibilità umana, la capacità di osservare il mondo e chi lo abita, l’abilità di guardare avanti.

Oggi hanno a che fare anche con i dati, che stanno entrando negli uffici stile fin dalla genesi creativa della collezione grazie all’intelligenza artificiale. Un algoritmo, infatti, può elaborare le informazioni lasciate dai clienti del brand (dall’età alla localizzazione geografica, dalla capacità di spesa ai prodotti più acquistati) e trasformarle in immagini che possono ispirare il designer e il suo team. Come il classico moodboard.

Il caso «8 by Yoox»

L’impiego di questo tipo di tecnologia si sta diffondendo sempre di più. A novembre 2018, per esempio, Y oox ha lanciato sul mercato la sua prima etichetta: 8 by Yoox. Una collezione di capi e accessori da uomo e da donna svincolata dalle mode del momento (in molti casi si tratta di must have del guardaroba: dai pantaloni al cappotto nero) nella quale l’algoritmo ha messo il proprio zampino. «L’intelligenza artificiale è uno strumento che abbiamo pensato potesse aiutare il nostro team prodotto a svolgere il suo lavoro ancora meglio - spiega Paolo Mascio, president off season di Yoox, piattaforma multibrand del gruppo Ynap -. L’algoritmo, che abbiamo sviluppato internamente, è in grado di elaborare una quantità di informazioni così ampia che difficilmente un team umano sarebbe in grado di “filtrare” e di aiutare i designer a isolare un trend di lungo periodo».

In concreto, nel caso di 8 by Yoox l’algoritmo processa una serie di dati - tra i quali quelli delle vendite e dei social network - e fornisce un input visivo al team prodotto: «Solo un punto di partenza - continua Mascio -; il resto del lavoro spetta al team di design e sviluppo prodotto». Le collezioni 8 by Yoox, dopo un avvio soft (una sorta di test per il mercato con il marchio 8) sono state lanciate in pompa magna da qualche mese, con risultati positivi: «I dati di vendita ci hanno confermato che abbiamo centrato il bersaglio», conferma il presidente off season. Che sebbene auspichi l’impiego sempre maggiore dell’Ai in diversi ambiti - «dal riconoscimento dei capi nei magazzini alla gestione dei resi, per rendere il business sempre più efficiente» - ribadisce ancora una volta l’importanza della componente umana: «Escludo l’eliminazione dei ruoli che oggi sono ricoperti da persone, piuttosto credo si evolveranno».

Zegna, l’Ai salda la relazione tra brand e cliente

Yoox, nato nel 2000 da un’intuizione di Federico Marchetti, è un cosiddetto pure player digitale e, quindi, è per Dna orientato alla ricerca e all’implementazione delle nuove tecnologie. Ad aprirsi all’intelligenza artificiale, tuttavia, non sono solo le aziende nate nell’epoca digitale. Lo dimostra il caso di Ermenegildo Zegna che a dicembre 2018 - in occasione del convegno “Digital Difference in Retail & Branded Goods” di Microsoft - per la prima volta ha accennato all’impiego dell’intelligenza artificiale nel processo creativo. Zegna è una realtà storica: ha un passato ultra centenario alle spalle ( per l’esattezza, è stata fondata nel 1910 come Lanificio Zegna). A spiegare l’approccio del brand Zegna alla tecnologia è Edoardo Zegna, head of content and innovation: «L’intelligenza artificiale e l'integrazione dei dati ci permettono di sviluppare la relazione one to one tra brand e cliente, uno dei pilastri del nostro marchio e ritengo siano oggi l’unica via per adattare in modo dinamico le risposte aziendali all'evoluzione di comportamenti e preferenze dei consumatori, online e offline», spiega.
«Oltre a ottimizzare le vendite, l’Ai automatizza la comunicazione personalizzata al cliente, è di supporto alle attività in negozio e impatta su ogni aspetto del lavoro: merchandising predittivo, real estate, intercettazione delle tendenze emergenti tra i consumatori, preziose per la ricerca stilistica dei designer. Senza però esaurire la scintilla intuitiva che, fuori da ogni calcolo e previsione, è propria solo della creatività umana».

L’esperimento di Tommy Hilfiger, Ibm e Fit

Yoox e Zegna non sono le uniche aziende ad aver impiegato l’intelligenza artificiale nello sviluppo creativo del prodotto: già nel 2017 la Technology Review del prestigioso Mit di Boston riportava che il Lab126, centro di ricerca tech di Amazon a San Francisco, fosse al lavoro sullo sviluppo di un algoritmo in grado di creare abiti basandosi su una serie di input visivi. Un passo avanti verso un business complesso, ma dal potenziale elevato: quello dell’abbigliamento on demand e iper personalizzato online.

Un altro caso è quello di Tommy Hilfiger che nel 2018 ha collaborato con Ibm al progetto “Reimagine retail” che ha coinvolto gli studenti dell’Infor design and tech lab del Fashion Institute of Technology. Impiegando la tecnologia Ibm Research, sono state processate centinaia di migliaia di immagini di sfilate e “incrociate” con oltre 100mila disegni di tessuti. Da questo processo sono nati alcuni input visivi (colori, stampe, motivi) che sono stati utilizzati dagli studenti come fonte di ispirazione per il loro lavoro. Il progetto si è concluso con la scelta, da parte di Ibm e Tommy Hilfiger, di uno dei prodotti realizzati dagli studenti: una giacca in tessuto scozzese dotata di una tecnologia (sempre Ibm) che permette al tessuto cambia il colore a seconda dello stato d’animo “social” di chi la indossa. La “missione” compiuta, di fatto, è stata quella di provare che l’interazione tra ricerca, tecnologia e stile può accrescere le capacità umane.

La corsa di start up e nuovi player al mercato dell’Ai

In questo contesto, sono sempre di più le aziende di nuova generazione o le start up che studiano strumenti che impiegano l’intelligenza artificiale per supportare le aziende nel loro processo creativo. «L’Ai è sempre più impiegata nella gestione logistica - spiega Giusy Cannone, fondatrice e ceo del Fashion technology accelerator, inclubatore italiano di start up - e nel customer engagement, ma la sua applicazione alla creazione del prodotto moda è un tema attuale. Anche se la tecnologia a un certo punto si ferma: lo step finale continua a essere gestito dal designer». Realtà come Next Atlas, piattaforma sviluppata dalla torinese iCoolhunt che formula tendenze in base ai dati raccolti dai social, che lavora con Prada (ma anche con Unilever e Fca), e MarkerSights - che, invece, lavora sullo storico delle vendite - lavorano al fianco di grandi brand nello sviluppo ragionato ed efficiente delle loro collezioni. Levi’s e J.Crew, big player della moda Usa, per esempio, collaborano con Makersights. In Italia sono ancora poche le realtà così all’avanguardia. «Ci sono alcune piccole aziende che raccontano di essere ancora alle prese con l’implementazione dell’Rfid - dice Giusy Cannone -, senza sapere che si tratta di una tecnologia ormai superata. Basterebbe, quindi, che si orientassero verso l’analisi dei dati, una miniera di informazioni che possono fare la differenza su più fronti. Per gestire una collezione molto ampia, per esempio, oppure per dare una risposta alla domanda: “cosa funziona?”».

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