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Quando l’immagine è per l’eternità

Realizzate in Cina trent’anni fa, le 200 foto in bianco e nero di Danilo De Marco raccontano bimbi, madri, anziani, monaci dove il tempo pare immobile

di Maria Luisa Colledani

Danilo De Marco

4' di lettura

I sorrisi sono la vita sul viso e cantano con un’armonia antica e dolcissima fra le pagine del volume Un tempo in Cina di Danilo De Marco. Duecento fotografie in bianco e nero, realizzate trent’anni fa, raccontano un popolo, prima che una nazione. Sono anime che ci guardano e si raccontano con la lingua universale del sorriso, nonostante tutto, nonostante la miseria e il freddo.

In Cina, nel 1992

Nato a Udine nel 1952 e cresciuto accanto a intellettuali e artisti nella Parigi dagli anni 70 a noi, il fotoreporter è cittadino del mondo, sempre e solo al soldo di se stesso, ha scarpe consumate e uno zaino con la sua camera e gli amati Claudio Magris, Albert Camus, Cecità di José Saramago e il saggio di Roman Jakobson, Una generazione che dissipa i suoi poeti. Ha alle spalle decine di lavori dal Tibet al Messico, dalle montagne dei Kurdi in Turchia e Iraq alle selve degli U’wa in Colombia, fino alle Ande, con un occhio attento agli emarginati, agli ultimi, agli sfruttati. In questo capolavoro sulla Cina, non più: De Marco ritrae bambini e anziani, operai e monaci senza denunce (a differenza di quanto fece Cartier-Bresson), solo fermando il loro vivere. Nel 1992, ha abbracciato la Cina in un viaggio di migliaia di chilometri, soprattutto nelle regioni del nord ovest, il Gansu e il Qinghai, povere e freddissime, e nella Mongolia interna. Si è immerso nella vita della gente, ha preso corriere scassate, ha accettato a gesti il passaggio di tanti camion e si è fatto prestare molte biciclette: ne è nato un andare che, come scrive il curatore Arturo Carlo Quintavalle, ha «una dimensione epica. È un viaggio, una penetrazione attenta, misurata, contemplata, partecipe di una storia che è davvero lontana».

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Un Paese povero che aspira al capitalismo

Trent’anni fa, la Cina era un Paese ancora a prevalenza rurale, le città erano agglomerati di vecchie architetture e fatiscenti palazzoni: il presidente Deng Xiaoping lasciava il posto alla nuova generazione dirigente, piazza Tienanmen era una ferita aperta, i riformisti erano stati allontanati e veniva tracciata la strada verso il capitalismo statalista che ha catapultato la Cina sul palcoscenico del mondo.

De Marco attraversa questo passaggio storico e le sue immagini sono volti che dialogano con interminati spazi e sovrumani silenzi. Ci sono i bimbi che giocano a passo di danza, i monaci in preghiera, i papà con i loro figli, i clienti di una taverna e le donne al mercato. È un mondo remoto e il bianco e nero accentua questa lontananza di tempo, di stili di vita, di cultura, di tutto. Ma, in quella lontananza, sta la modernità del lavoro di De Marco: le foto hanno trent’anni ma, probabilmente, nella Cina profonda del 2022 tutto è ancora così. Stessi abiti sdruciti e appena usciti dai designer della rivoluzione, stesse biciclette malandate, stessa miseria, stesso freddo. Ma De Marco non giudica, ascolta una cultura antica, ricca, complessa: «Mi infilo in quelle vite - scrive - come le alici fra le reti appena troppo larghe». Così, nonostante la lontananza dei mondi, Oriente e Occidente, opulenza e povertà, condivide il tempo con bambini, anziani, donne, madri, contadini. Ne nasce una solidarietà profonda e crollano le barriere. Le lingue spariscono e spuntano i sorrisi perché lo vedono con la macchina fotografica in mano ma sentono che è solo un mezzo per dialogare, per stare insieme e sorridere: De Marco fotografa senza che la sua presenza incida sulla foto, sulla vita, sulle persone che rispondono con complicità.

Dialoghi e sorrisi

Le foto sono dialoghi, incontri. Parlano la stessa lingua il fotografo italiano e migliaia di cinesi, si capiscono senza le parole: «Qui il tempo non vuole essere chronos, come successione lineare di avvenimenti ma piuttosto aiòn, la forza vitale dei Greci, in cui l’incontro, la lontananza, l’amicizia, l’affetto, l’amore sono essenziale presenza e vengono predisposti e giocati sulla scacchiera dell’esistenza. Dilatandosi e contraendosi l’iride mette a fuoco, controlla che la luce non sia troppo forte rivelando anche alcuni stati dell’animo». Per provare a spiegare la simbiosi che emerge dai volti ritratti, si può dire, con la definizione di Jean Clair, che De Marco è «fotografo che opera come in uno stato simile all’illuminazione del monaco Zen» e, dove regna l’inconscio, nasce la confidenza e il miracolo della vita. Dell’essere umano che incontra un altro essere umano.

Le foto, nel loro grande formato, nella loro carta preziosa, vanno assaporate con lentezza e rispetto, gli stessi che declina De Marco quando usa la camera e ferma il tempo. Il bimbo che legge e sorride nella biblioteca popolare a Yioge, nel Gansu, come il panettiere che mostra, orgoglioso, le sue focacce a Xining, nel Qinghai, sono un atto di fede nella storia e nella memoria e, allo stesso tempo, sono ancora da qualche parte, là fuori, nella Cina remota dei nostri giorni perché le immagini di De Marco hanno il sospiro potente dell’eternità.

Un tempo in Cina

Danilo De Marco

Forum-Craf, pagg. 280, € 45

Riproduzione riservata ©

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