ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl libro di Woodward

Quando Milley, capo delle forze armate Usa, “rimosse” Trump dagli arsenali nucleari

Dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio il Presidente fu silenziosamente neutralizzato dai vertici militari preoccupati, rivela un libro di Woodward

di Marco Valsania

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3' di lettura

Donald Trump esibiva segni di un “serio declino mentale” nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca, tanto da richiedere interventi top secret per limitare i suoi poteri. Fu questa la conclusione, e la conseguente decisione informale, del Capo degli stati maggiori riuniti delle forze armate americane, Mark Milley. Il generale, due giorni dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio da parte di militanti pro-Trump parsi istigati dal Presidente, si assunse la responsabilità di bloccare ogni concreta possibilità per Trump, ossessionato da teorie cospirative ai suoi danni, di lanciarsi in drammatiche avventure, in particolare operazioni militari compresi attacchi nucleari.

La ricostruzione di “Peril”

Le rivelazioni sono contenute nell’ultimo libro del celebre giornalista investigativo del Washington Post Bob Woodward, intitolato “Peril”, Pericolo, scritto assieme al suo collega del quotidiano americano Robert Costa. Una copia del libro, in uscita il 21 settembre, è stata ottenuta dalla rete Tv Cnn che ne ha pubblicato stralci. Milley ritenne che in quelle prime giornate di gennaio Trump rischiasse “to go rogue”, di darsi ad azioni fuorilegge e folli aggirando le salvaguardie democratiche e governative. “Non è possibile sapere quale sia la miccia” che lo fa esplodere, disse ai suoi più stretti collaboratori riferendosi a Trump, denunciando il “comportamento erratico” del Presidente.

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Una riunione segreta

Di più. Milley si convinse che in assenza di straordinarie precauzioni i militari americani non potevano riporre “fiducia” in Trump, né esser certi di poter “controllare” i suoi impulsi. Detto fatto: Milley convocò un vertice top secret al Pentagono, nel suo ufficio, l’8 gennaio per esaminare con cura e riaffermare le procedure per eventuali azioni belliche e per il ricorso agli arsenali atomici. Parlò agli alti ufficiali al comando del National Military Command Center, la war room del Dipartimento della Difesa, ordinando loro di non accettare né eseguire ordini a meno che lui stesso, Milley, fosse direttamente coinvolto come da manuale.«Non importa cosa vi dicano, tenete fede alla procedura. E io sono parte di quella procedura», affermò esplicitamente.

Il giuramento

Milley poi guardò tutti negli occhi e chiese deliberatamente un vero e proprio giuramento laico: “Avete capito?” La riposta unanime nella sala fu “Yes Sir”, sì comandante. A quel punto prescrisse a tutti di tenere ogni mossa che avvenisse nei pressi della Casa Bianca e dell’amministrazione sotto osservazione con estrema attenzione. Al direttore della Cia Gina Haspel chiese di “monitorare a 360 gradi”. Insomma una vera e propria mobilitazione silenziosa, all'insaputa della popolazione e del mondo, dell’intero apparato di sicurezza nazionale, non contro un nemico esterno ma contro una minaccia interna, portata dalla stessa Casa Bianca. L’obiettivo: preservare “l’ordine internazionale” e scongiurare ogni incidente.

Un ordine per il ritiro da Kabul fin dal 15 gennaio

Tra le ultime scoperte-shock di Milley sull’inaffidabilità della Casa Bianca al tramonto sul palcoscenico ci fu anche quella di un ordine già firmato da Trump per ritirare tutte le truppe Usa dall’Afghanistan fin dal 15 gennaio 2021, un memorandum redatto senza avvisare neppure il Pentagono. Il documento fu in seguito considerato nullo e sepolto. La scadenza per il ritiro rimase quella in precedenza annunciata da Trump stesso, di fine maggio, poi estesa a fine agosto da Joe Biden e ugualmente trasformatasi in un’operazione traumatica e controversa di evacuazione.

Pentagono chiama Cina

Milley, per tenere le redini di potenziali crisi, ebbe in quel periodo anche telefonate ai massimi livelli con i vertici militari della Cina, avversario strategico ma in quel frangente preoccupato anzitutto per il caos alla Casa Bianca. E, sul fronte domestico, ricevette urgenti chiamate dallo Speaker democratico della Camera Nancy Pelosi, che chiese e ricevette rassicurazioni sulla sicurezza dei missili nucleari. Pelosi ammonì apertamente Milley della “pazzia” di Trump e Milley le rispose che “concordava pienamente su tutto”. Fu proprio la conversazione con Pelosi a spingere in realtà Milley a rompere ogni indugio e agire per neutralizzare in segreto Trump.

200 interviste, documenti e note

“Peril”, il terzo volume di Woodward sulla Casa Bianca di Trump, è basato su oltre 200 interviste con protagonisti di quei giorni tesi e di crisi. Woodward e Costa sono anche riusciti a ottenere e consultare agende, diari, documenti, e-mail, appunti e trascrizioni di riunioni. Il ritratto che ne emerge non è del tutto nuovo ed oggetto anche di altri resoconti sugli ultimi giorni della Casa Bianca di Trump: quello di un Presidente al tramonto furioso e isolato. Che si scaglia contro i suoi stessi consiglieri rimasti al suo fianco, sempre meno, e che cerca in qualunque modo di restare al potere. In rilievo emerge anche un duro faccia a faccia con il vicepresidente Mike Pence nello Studio Ovale il 5 gennaio. Capitoli sono infine dedicati al suo avversario democratico poi vittorioso, Biden, e alla sua decisione di correre per la Presidenza per scalzare Trump.


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