teorie economiche

Quando il Nobel parla la lingua del potere

di Marcello Minenna

(via REUTERS)

3' di lettura

Un ripensamento radicale delle modalità di assegnazione del premio Nobel per l’Economia; talmente radicale da non escludere nemmeno la sua eliminazione. È la tesi enunciata nel bel libro di revisione critica di Emiliano Brancaccio Il discorso del potere che ho avuto il piacere di leggere e ponderare in queste settimane. L’autore ripercorre la genesi a fine anni 60 di questo premio Nobel “postumo” e contestato, che si dice Alfred Nobel non abbia voluto assegnare perché detestasse in somma misura le questioni economiche, e ne coglie i difetti presenti dalla sua istituzione: poiché l’economia è per definizione una soft science intimamente connessa con la politica e l’esercizio del potere, ne subisce in massimo grado l’influenza.

Ne discende che a essere premiate, diffuse e insegnate saranno le teorie che meglio spiegano in maniera “scientifica” e obiettiva che il sistema attuale di produzione e distribuzione della ricchezza (lo status quo) è il migliore dei mondi possibili. In questa prospettiva il premio Nobel non sarebbe che un amplificatore di un pensiero unico ortodosso, al cui interno possono essere ammesse solo alcune variazioni minime che non violino i postulati di base. Per poter sopravvivere all’interno di un sistema accademico così uniformato, anche ricercatori dalle idee radicali e innovative saranno spinti a ricondurre – persino inconsciamente – le proprie teorie a casi “speciali” e aberranti del paradigma di equilibrio economico neoclassico che rimane il punto di riferimento incontestato (ad esempio, come ricorda Brancaccio, le teorie delle asimmetrie informative di Akerlof o della razionalità limitata di Simon). Brancaccio ritiene che in 50 anni non sia stata mai premiata una ricerca in campo economico che non fosse de facto riconciliata all’interno del paradigma economico neoliberista. In altri campi come la chimica o la fisica occasionalmente appare una ricerca innovativa che sconvolge il panorama teorico esistente e il cui riconoscimento trova spazio in un Nobel imprevedibile. Non è così nel caso del Nobel per l’Economia, dove è possibile con un discreto margine di precisione stimare un set ristretto di candidati al premio attraverso l’analisi quantitativa delle citazioni dei lavori degli autori da parte della comunità scientifica negli anni precedenti.

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L’essere captive agli interessi immanenti della politica e del potere economico non è l’unico aspetto rilevante. D’altronde, a differenza di altri campi specifici quali la fisica o la chimica, in campo economico-finanziario è più difficile misurare quanto della produzione scientifica abbia avuto un impatto tangibile sul progresso della materia. E questo è un aspetto che non piace agli economisti, ma è strutturale a tutte le scienze sociali. L’economia è una scienza sociale che ambisce ad avere pari dignità delle scienze naturali, rispetto a cui soffre un complesso di subalternità; uno dei meccanismi di “imitazione” delle hard science è quello della forte matematizzazione della disciplina attraverso l’importazione di tecniche e soluzioni da esse, anche in misura superiore alle necessità della materia.

Come esperto di finanza matematica, un ramo minore e iper-specialistico dell’economia, posso dire che tutti i difetti della disciplina madre sono confermati e amplificati. Dagli anni 80 con l’espansione della finanza globalizzata, le istituzioni finanziarie delle economie sviluppate (banche di investimenti, fondi, banche centrali, etc.) hanno investito molto nello sviluppo scientifico della materia. L’obiettivo, ça va sans dire, non era disinteressato ma era collegato alla crescita dei profitti. Questo flusso di investimenti ha attirato ovviamente molte menti brillanti dai più svariati campi del sapere: fisici, matematici e ingegneri si sono riconvertiti alla finanza, portando con sé strumenti e soluzioni consolidate in cerca di problemi da risolvere.

Il risultato è stato un incremento esponenziale della complessità della materia e lo sviluppo di sofisticati strumenti finanziari in grado di ristrutturare e trasferire i rischi finanziari in maniera opaca; un corpus imponente di teoria da altre discipline che ha contribuito ad accrescere l’instabilità del sistema finanziario globale proprio alla vigilia del grande terremoto del 2007-2008. Come profetizzava in un colloquio con me il guru della finanza matematica Bruno Dupire qualche mese prima della grande crisi: «In finanza gli analisti, i ricercatori sono tutti preoccupati a cercare di applicare le tecniche che sanno già usare, a diffondere le teorie che padroneggiano. Nessuno più si pone le domande giuste, osserva i problemi reali che il mercato pone».

John Von Neumann già negli anni 40 aveva capito che l’economia necessitava di una rifondazione radicale del proprio linguaggio; aveva sì bisogno di matematica, ma non dell’approccio importato dalla fisica, bensì di una propria matematica, utile a identificare i problemi specifici del campo e le eventuali soluzioni. Cambiare il linguaggio significherebbe, nella riflessione di Brancaccio, fare un passo avanti nella direzione di scardinare il “discorso del potere”.

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