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Quando l'orrore è esistenziale

E’ in libreria L'orrore letterario di Orazio Labbate, per i tipi di Italo Svevo Edizioni, «Biblioteca di Letteratura Inutile»

di Alberto Fraccacreta

2' di lettura

«Se solo potessimo far rinascere in noi il brivido ancestrale davanti all'ignoto...», si chiedeva Emil Cioran in un punto focale del suo quarto libro, Lacrime e santi. Non tanto il realismo isterico à la Pynchon, quanto il realismo perturbante di Bernhard, Ligotti e Danielewski sembra forse adatto a effigiare quel «panico davanti all'indecifrabile» che è sinonimo di sgomento ontologico, terrore d'infinità. Nel suo saggio militante, L'orrore letterario, uscito per Italo Svevo Edizioni, Orazio Labbate tenta di mettere assieme i tasselli degli ultimi quarant'anni di romanzi italiani attraverso «un'espressione critica» coniata «per raccogliere una letteratura. Essa ha come fine quello di occuparsi, con una scrittura mai mansueta – fatta di intensa e perdurante elevazione simbolica, stilistica e teologica –, dei vari perturbamenti umani: esistenziali, metafisici, psicologici, soprannaturali, mitici».

Tzvetan Todorov e Francesco Orlando

I dioscuri di Labbate sono La letteratura fantastica di Tzvetan Todorov e Il soprannaturale letterario di Francesco Orlando, due studi capaci di notevoli «slegamenti interpretativi» che organizzano il lavoro sulla base di limiti e confini ben circoscritti. Ma nella Wunderkammer di Labbate (lontana dall'horror propriamente detto, quello di Poe per intenderci, e più prossima a un “sentimento” metafisico) non mancano suggestioni anche da Bufalino a Sciascia, Ceronetti.

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Diviso in tre sezioni tematiche – Mito e gotico, Inquietudine e horror teologico-esistenziale, Perturbamento investigativo –, L'orrore letterario riporta alla fine di ogni singolo capitolo il “cuore” del ragionamento attraverso una citazione paradigmatica dell'opera analizzata. Ne viene fuori un metodo auscultativo del testo che, tramite formule espressive sovradeterminate e suggestive, si pone come critica letteraria creativa, sul modello dei Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.Così, ad esempio, si parla di Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo: «Romanzo planetario in cui dialetto siciliano e italiano si contrastano, combattono, con la mobilità archetipica dei referenti astratti di un immaginario mitico. Partoriscono l'emozione agghiacciante di un miraggio familiare di natura mostruosa. La trasgressione linguistica avvia e sorregge il potere assoluto e tirannico del mito isolano, mai assecondando uno stile medio che, se accettato, comporterebbe la formazione di una grande caricatura grottesca. Qui lo stile, impervio e letterario, è un codice linguistico attraverso cui sistematicamente si impone il fondamento dell'orrore letterario: una nuovissima scrittura radicale in grado di infettare di ansietà soprannaturali e di un passato intoccabile l'immaginario di chi legge».

Nel libro c'è spazio per Nottetempo, casa per casa di Vincenzo Consolo («irresponsabile clandestinità di uno stile dalle intonazioni iniziatiche»), La palude definitiva di Giorgio Manganelli («una preziosa sala di specchi»), Il monaciello di Napoli di Anna Maria Ortese («variante romantica della “famiglia perseguitata”»), Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino («arcaica e sibillina eleganza barocca»), La strega e il capitano di Leonardo Sciascia («narrazione teatrale e documentaristica»), Il cimitero di Praga di Umberto Eco («un jack-in-the-box pieno di prelibatezze lugubri») e altri romanzi di eguale interesse. In definitiva, l'obiettivo principale di Labbate potrebbe risiedere in una «personalissima» ricognizione poetica dei propri motivi letterari, della propria attività di scrittore per mezzo di modelli avvertiti come analoghi, necessari, all'interno di un più grande, osmotico processo di autoanalisi e sincera epistemologia letteraria.

Orazio Labbate, L'orrore letterario, Italo Svevo Edizioni, «Biblioteca di Letteratura Inutile», pagg. 128, € 15,00

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