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Quando un paese e le sue storie si davano appuntamento al “Dopo”

Il Dopo è un accogliente posto di ritrovo che da oltre un secolo, esattamente dal primo maggio 1921, fa il suo lavoro in quel di Lessona, ai piedi delle alpi biellesi: riceve la gente che ha voglia di stare assieme

di Dario Ceccarelli

4' di lettura

State attenti. Non lasciatevi fuorviare dal titolo. Un titolo (Il Dopo) suggestivo quanto depistante. Che induce a pensare a qualcosa che ricomincia dopo una fine. A qualcosa che non c'è più, che vive solo di ricordi.

Non fatevi neppure ingannare dalla sottile allusione a un mondo in divenire diverso dall'attuale. No, non è questo il punto. Il Dopo è semplicemente un accogliente posto di ritrovo che da oltre un secolo, esattamente dal primo maggio 1921, fa il suo prezioso e benedetto lavoro: che è quello di ricevere la gente, quando la gente ha voglia di stare assieme ad altra gente. Raccontandosela o giocando a carte, meglio se davanti a un bicchiere di rosso o a un caffè corretto con una punta di grappa o di cognac. Dell'apericena non si parla ancora. Ma forse in futuro, chissà...

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Il Dopo è questa cosa qui: un punto di aggregazione che ha fedelmente accompagnato la storia di Lessona, un paese di circa tremila abitanti ai piedi delle alpi biellesi. E Lessona è anche il posto del cuore di Luciano Clerico, l'autore di questo bel libro che in Lessona ha sempre trovato il suo punto di riferimento, il suo baricentro esistenziale anche quando lo stesso Clerico, inviato e corrispondente da New York dell'Ansa, era in altri mondi e in altre faccende affaccendato.

Tolto un primo equivoco, ne togliamo anche un secondo: quello delle “radici” e della nostalgia. Pericolo sempre in agguato quando si ha un forte legame con qualcosa o con qualcuno cui vogliamo bene. Ebbene, pericolo sventato: l'amore per Lessona, per queste colline e per la sua gente, non fa velo a Clerico. Che da abile narratore non si fa incantare dal richiamo del borgo. Anzi, ne vede bene i difetti, le debolezze, le esagerazioni, le fragilità. E proprio da queste crepe fa scaturire la luce che illumina una ricca galleria di varia umanità, che con le sue storie ci proietta in un mondo senza confini.

Ognuno di noi, dovunque sia nato e vissuto, ha infatti incrociato figure di questo tipo. Lo zio esotico che racconta i viaggi di gioventù, l'amico che la sa lunga, il timido che si nasconde sparandole grosse, il povero che si finge ricco, lo sportivo che ogni giorno s’inventa un nuovo record strabiliante. Figure che sembrano di altre epoche, di altre letture o altri riferimenti cinematografici. Ma se invece proviamo ad attualizzarle, trasformando il bar e la casa del Popolo nella non sempre magica rete di internet e dei social, ecco che tutto ritorna al suo punto d'origine: che è quello di darsi una propria identità, una caratterizzazione per sentirsi parte di una comunità.

A differenza però degli attuali leoni da tastiera, i personaggi di Clerico sono attori per caso, “figure che lasciano un segno in modo del tutto inconsapevole” grazie proprio alla loro autenticità. “Negli anni sono stato prima casa dei Soviet, poi Dopolavoro fascista, poi Enel, poi Arci. Ma io continuo ad essere quello che sono sempre stato, quello che ero: un posto. Un posto capace di far sentire “a casa” le persone che ci entrano. Tutti , ricchi (pochi) e poveri (tanti), giovani e vecchi, bambini e nonni…Già, qui nessuno si sente solo. Perchè ognuno, anche l'ultimo degli ultimi, ha un suo ruolo riconosciuto, un suo marchio di fabbrica. C'è Marsiglia, detto poi Malberu, il barista roso dalla gelosia perchè Gino gli vuole portare via Rosalba. C'è Sgnaola, un gigante veneto che canta con una vocina sottile come Wanda Osiris. E c'è Pacopitur, con la sua moto, la Guzzi, dalla quale non si separa mai (“Lui passava come il Re di Prussia a cavallo, impassibile e splendido con i suoi occhiali gialli e il caschetto in pelle”). E vogliamo parlare di Africa, altro personaggio centrale, chiamato così perchè tanti anni prima era andato in Congo per far fortuna? “Africa aveva tre passioni nella vita, la scopa all'asso, le bocce e la Juventus. Fuori di queste tre ragioni superiori l'esistenza per lui era puro accidente, polvere grigia che non si ricorda”.

Si potrebbe andare avanti all'infinito, ma vi toglieremmo il piacere della sorpresa e di come un sindaco coraggioso sia riuscito a dar vita a una casa del popolo più volte poi ribattezzata a causa delle sorprendenti svolte della Storia nazionale. Per chi ama immergersi in questi microcosmi provinciali, che poi per bellezza si ingigantiscono, è un po' come ritornare a predecessori illustri (Piero Chiara tra tutti), ma Clerico è più avanti perchè un uomo dei nostri tempi, un giornalista curioso che con lucido disincanto prende atto di una realtà in rapidissimo mutamento. E lo fa dire anche al suo alter ego, che è appunto il Dopo, l'io narrante del libro. “Riuscirò a fare in modo che vengano ancora da me a raccontare le loro storie? Speriamo, dai, anche se temo di no, ahimè. Non c'è Dopo che tenga, oggi il mondo corre troppo veloce. Per quanto io mi sforzi, non riesco più a convincere la gente a rallentare, a entrare per un bicchiere di vino o per il semplice piacere di riascoltare una storia sentita mille volte”.

Ingombrante e incompatibile, incombe il nuovo mondo di fuori, con quel suo essere e non essere in un perenne fluire che ti fa stare con tutti e con nessuno. Ma qui si entra in un altro campo, forse sociologico e filosofico, certo più scivoloso e sfuggente, da cui il narratore, il Dopo, si tiene volentieri alla larga: “Io posso raccontare le storie che ho visto, le migliori, le più forti. Quanto al resto, questa è una roba più grossa di me, io sono impotente al riguardo, posso solo continuare ad aprire il mio portone. Finché riuscirò”.

Luciano Clerico
IL DOPO
Luna Edizioni, 15 euro

Riproduzione riservata ©

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