Imprese, politica e rappresentanza

Quando le Pmi inaugurarono il quarto capitalismo

di Valerio Castronovo

4' di lettura

Sino a metà degli anni Novanta non s’era mai manifestata particolare attenzione alla potenzialità delle piccole-medie imprese, sebbene fosse ormai in corso il superamento del “localismo”, come si evinceva anche da un’indagine del Censis (comparsa nel 1992) da cui risultava che i distretti industriali avevano “cambiato pelle” o stavano facendolo. In particolare, secondo quest’analisi riguardante una sessantina di aree a forte specializzazione produttiva, certi “meccanismi di compensazione”, operanti dagli anni della stagflazione, pur continuando a imperniarsi sull’intreccio azienda-famiglia-campanile, avevano assunto più ampie valenze: sia perché le Regioni erano andate svolgendo un ruolo attivo per l’incentivazione delle imprese presenti nel loro territorio, sia perché s’era allargato il raggio d’azione dei vari comprensori.

In pratica, si era perciò manifestato negli ultimi anni, rispetto a un modello “autocontenuto” di sviluppo, racchiuso in un ristretto perimetro territoriale, una tendenza nella duplice direzione del decentramento produttivo e della ricerca di opportunità esterne al proprio ambito anche su mercati esteri. Secondo il Censis, la corrispondenza
tra “localismo” ed “economia sommersa” apparteneva oramai al passato, dato che in tre distretti su quattro il “lavoro nero” e la sottocupazione risultavano sostanzialmente irrilevanti.

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A viale dell’Astronomia il Comitato della piccola industria (di cui era allora presidente Giorgio Fossa) era andato prendendo atto di questo processo di transizione, che poneva quindi una forte domanda di governo e di rappresentanza a livello istituzionale. Ciò che comportava l’adozione di una politica volta ad assecondare, per un verso, i processi
di ricomposizione territoriale e di ridefinizione della cultura d’impresa;
e per l’altro, a elaborare nuove forme di organizzazione interaziendali tra cooperazione e competizione.

Che fosse perciò indispensabile allargare le visuali sulle prospettive delle Pmi, il successore di Fossa a capo del Comitato della Piccola Industria, Mario Casoni, pose alla base del suo programma. Si trattava di un imprenditore, la cui azienda di famiglia si occupava da oltre un secolo e mezzo, in un opificio di Finale Emilia, della confezione di liquori di qualità: tant’è che, pur annoverando meno di 50 dipendenti, era presente in una trentina di mercati e produceva su licenza di Polonia,
Svizzera e Austria. Inoltre, essa aveva firmato ultimamente accordi di joint venture in Slovacchia, Russia e Cina.

Si era allora in un complesso tornante nella vita del Paese, non solo per l’avvento nel maggio 1996 di un governo di centro-sinistra presieduto da Romano Prodi, ma soprattutto perché si era alla vigilia di un passo decisivo come l’ammissione o meno dell’Italia nell’Unione economica europea. Naturalmente era scontato che Confindustria auspicasse un rilancio degli investimenti pubblici, la riduzione delle diseconomie esterne e una minore pressione fiscale. Ma sapeva che non poteva aspettarsi che vi si provvedesse fin da subito. Ciò che invece il vertice confederale riteneva conseguibile al più presto era un’opera di governo che rendesse possibile la promozione di migliaia di piccole imprese a “teste di ponte” in alcuni avamposti stabili e duraturi in ogni parte del globo. A tal fine si trattava di creare (attraverso l’Ice, la Sace, la Simest e il Mediocredito) una rete polivalente ed efficace sul piano operativo anche per le Pmi.

In merito a questa richiesta di Confindustria, Prodi aveva fatto sapere di essere perfettamente d’accordo: se non altro, perché era stato tra i primi economisti a intuire le potenzialità delle piccole-medie imprese. «Il mercato unico europeo e la moneta unica, che ne è la massima conseguenza, sono di per sé una potente spinta alla competitività delle imprese che offrono loro un grande mercato. E anche quelle piccole, se vogliono essere moderne, debbono avere un grande mercato». Così il premier s’era espresso in una trasmissione televisiva, “Maastricht Italia” andata in onda nel gennaio del 1997 e condotta dal giornalista dell’«International Herald Tribune» Alan Friedman.

Tuttavia, in Confindustria si era ben consapevoli delle criticità del sistema-Paese. Poiché l’Italia figurava nella graduatoria internazionale della competitività al 28esimo posto e, ancora più giù, al 41esimo
per efficienza del sistema bancario, al 44esimo per la politica fiscale
e un gradino sotto per la stabilità del sistema politico. Ci sarebbe
voluto dunque uno sforzo notevole per risalire la china su molteplici fronti, al fine di ridurre certe stridenti defaillance
di ordine strutturale e di natura istituzionale.

In particolare, per quanto concerneva le Pmi occorreva che venissero adottati appositi incentivi, tali da agevolare un incremento delle loro esportazioni e nel contempo alcune misure (a cominciare da quelle per alleviare la morsa della burocrazia) che servissero anche a evitare l’esodo delle microimprese verso i Paesi che offrivano migliori condizioni di agibilità. A Viale dell’Astronomia s’era deciso perciò di valutare i problemi e le prospettive che l’entrata dell’Italia nella Ue avrebbero posto alla piccola industria in un seminario, svoltosi a metà marzo, dal titolo “L’anno della verità”, in quanto doveva essere chiaro che era indispensabile costruire al più presto una “campata” per non compiere un «pericoloso balzo all’indietro sia verso vecchie e stantie tentazioni inflazionistiche e svalutazionistiche», sia verso «certi lavori socialmente utili, prepensionamenti, sussidi di settore e di categoria, magnanimamente concessi dal Principe della politica». Anche per questo bisognava agire in modo che le piccole imprese riuscissero, a loro volta, a farsi avanti soprattutto senza più avvalersi del “lavoro nero”, di larghi margini di evasione fiscale e di espedienti dell’”economia sommersa”. Ma se il comportamento di alcune micro-aziende non era cristallino, non per questo andava generalizzato; e non tenere invece debito conto di quanto fossero stati risolutivi, nelle aziende con le carte in regola, la capacità di lavorare duro e il talento personale di quanti ne erano a capo, per camminare al passo con le variazioni della domanda e il mutare delle convenienze. Tanto che da questo molecolare e multiforme universo erano sorte negli ultimi anni numerose medie imprese,
specializzatesi man mano in determinate produzioni di alta gamma e affermatesi perciò su importanti mercati esteri. Le si chiamava con il neologismo di “multinazionali tascabili”.

In pratica, era spuntato una sorta di “quarto capitalismo” dopo il primo (quello costituito dalle grandi famiglie storiche della nostra industrializzazione novecentesca), il secondo (quello imperniato sull’impresa pubblica) e il terzo (quello di tante piccole aziende fattesi largo con il successo di alcuni “prodotti di nicchia”
a cui andava perciò a pennello lo slogan/appello del convegno
di Piccola Industria “Saper crescere, poter crescere” indetto
da Confindustria nel marzo 2001 a Parma.

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