analisi

Quando la politica non affronta ma cavalca la crisi del ceto medio

di Carlo Carboni


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4' di lettura

L’allarme per la riduzione della numerosità e il logoramento dei redditi dei ceti medi si è levato in diversi Paesi occidentali. Negli Stati Uniti la crisi si è manifestata in anticipo, a seguito del cambiamento tecnologico, che ha sostituito progressivamente lavori impiegatizi routinari e disintermediato reti di piccoli imprenditori e commercianti. In Europa la crisi dei ceti medi si è presentata come effetto di shock economico-istituzionali, dovuti alla recente crisi finanziaria.

I Paesi europei a maggior solidità economica e di welfare ne sono rimasti immuni, mentre la crisi economica ha inflitto una deprivazione relativa ai ceti medio-bassi nei Paesi sudeuropei, tra cui l’Italia, dove il rancore sociale si è incrociato con i populismi e sforna ribaltoni elettorali. Ceti medi impoveriti e socialmente infiammabili.

Immaginate un palloncino pieno d’acqua: ora, strizzate la sua pancia. Non solo assumerà una forma oblunga, ma, se eccessivamente compresso, potrebbe esplodere. È quello che è successo e potrebbe accadere ai ceti medi. Un effetto polarizzazione: la fascia superiore si è distanziata progressivamente da quella inferiore, come conseguenza della crescita delle disuguaglianze (James Eric Foster, Michael C. Wolfson 2010). Dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) contenuti in The Squeezed Middle Class, 2019 confermano questa polarizzazione tra ceti medi superiori (i vincitori della trasformazione) e ceti medio bassi (i vinti). Per l’Italia, una recente inchiesta sulle dichiarazioni Irpef de Il Sole 24 ore, ha accertato una riduzione del 10-11% del reddito della fascia media di popolazione (15 a 55mila euro annui).

Tuttavia, ogni fenomeno complesso è ambivalente. Ad esempio, aprendo a una visione globale, la crisi numerica dei ceti medi non appare del tutto confermata: in gran parte dell’Europa e in quasi tutta l’Asia, dove (criteri statistici a parte) è in corso da anni una crescita enorme di ceti medi, numerica e di reddito (in Cina e non solo). A questa è corrisposta – in lenta convergenza – una flessione delle retribuzioni medie del ceto medio basso (negli Stati Uniti e non solo), che raggruppa posizioni lavorative impiegatizie e manuali, in gran parte automatizzabili.

I ceti medi godono di buona o ottima salute nei Paesi dinamici. Al contrario, sono in declino dove i ritardi nell’innovazione e una crescita recalcitrante non consentono di sviluppare il lato positivo del tecnological change: la formazione di nuovi ceti medi science & tech oriented, di nuove professioni del sapere esperto. In Italia lo stato della formazione e del collocamento è tanto deludente quanto debole è la volontà politica d’imboccare con decisione una strada innovativa per il Paese.

    La variegata galassia dei ceti medi, nell’Italia del 2017 (Istat), aveva un’incidenza di poco inferiore al 48% della popolazione. Rispetto ai picchi del passato, un’erosione numerica c’è stata, ma più consistente è stata la perdita reddituale e, ancor più marcata e acuminata, l’auto-percezione di appartenere al ceto medio. Nei Paesi occidentali, dagli anni Ottanta al 2015, il dimagrimento numerico dei ceti medi si calcola sia stato compreso tra il 4% il 10%, ma l’auto-percezione è crollata almeno del doppio. In Italia, coloro che sentono di appartenere ai ceti medi sono ormai meno il 40% della popolazione. Questa distorsione percettiva, che altera la visione dei fatti (Vittorio Pelligra, Il Sole 24ore, 9 luglio 2019), getta benzina sul fuoco e può indurre una profonda instabilità politico-sociale, un senso di inquietudine sociopolitica dei ceti medi con funesti precedenti nello scorso secolo, dopo profonde crisi recessive.

    I ceti medi sono stati fino a oggi vitali per le nostre democrazie. Anche in Italia, hanno rappresentato sia un tessuto sociale con cui si è cercato di stabilizzare il consenso politico, sia una platea cruciale per fisco e welfare. Oggi, però, i meccanismi di consenso basati sul voto di scambio rischiano, l’inefficacia per la riduzione delle disponibilità pubbliche a sostegno dei ceti medi, e dei loro interessi variegati. Aggiungete l’aggravante che i politici, almeno quelli di casa nostra, “lavorano” con lo scenario peggiore della drammatizzazione percettiva, innaffiata da generosi tempi di copertura mediatica. Il tutto amplifica la crisi dei ceti medi a livello percettivo e paralizza le decisioni. La politica parte con il piede sbagliato se dialoga con il fiato corto con le percezioni “disperate” dei ceti medi e non le colloca nella complessa trasformazione in corso.

    Nell’Italia in ritardo e in quasi-stagnazione, l’élite politica finge di non capire che ogni occupazione super-skilled creata implica 3-4 lavoratori di sostegno alla nuova attività, come annotato dalla Commissione europea. I nostri politici appaiono confusi, come del resto i nostri ceti medi. Converrà una flat tax che cancella le deduzioni? Non finiranno per essere gabbati perché a guadagnarci come sempre saranno i “paperoni”? E, se un taglio fiscale s’ha da fare, non è meglio alleggerire la pressione sul lavoro per alzare le retribuzioni, le più basse tra i grandi Paesi europei? Nella confusione, s’ignorano anche le misure necessarie per formare un ceto medio emergente con competenze codificate e generative all’altezza, di un’economia e di una società 4.0.

    In soli vent’anni, i ceti medi In Italia sono passati dal costituire la manifestazione per eccellenza della cittadinanza e del benessere sociale, a un logoramento e impoverimento di loro frange numerose. Chi governa può continuare a vezzeggiarli, senza dar loro risposte concrete e una prospettiva di rinnovamento?

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