Il riordino delle Bcc

Quando la riforma incespica pericolosamente sulla nozione di tributo

di Gaetano Ragucci

(AdobeStock)

3' di lettura

L’opera di consolidamento della riforma delle Banche di credito cooperativo condotta dalla Consulta (sent. nn. 287/2016, e 99/2018) ha incespicato nella nozione di tributo, e minaccia di aprire un varco non rimediabile sul versante fiscale.

Pronunciandosi sulla disciplina del “prezzo” del conferimento dell’azienda bancaria in S.p.A., imposto alle banche con patrimonio netto superiore a 200 milioni che non avessero voluto confluire in una holding (c.d. way out), la Corte ha dichiarato l’infondatezza delle questioni poste in riferimento agli artt. 3 e 53 Cost., sull’assunto che non si sarebbe trattato di un tributo (sent. n. 149/2021).

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Mancando del «requisito della natura coattiva del prelievo, che si esprime in primo luogo nel diritto alla sua esecuzione forzosa», il versamento sarebbe stato invece ascrivibile a un onere “condizionale”, che la banca conferente sarebbe stata tenuta ex lege ad assolvere, in dipendenza dall’esercizio di un’opzione consentita dalla legge.

Il punto critico della tesi sta nel fatto che, a escludere la presenza di una prestazione pecuniaria imposta, non basta dire che il pagamento, sia pure spontaneo, rappresenta il mezzo con il quale l’onerato consegue, attraverso l’esercizio di una determinata opzione, il vantaggio desiderato.

Occorre infatti tenere conto di «come quel mezzo, quell’attività e quel vantaggio si combinano giuridicamente tra loro» (A.D. Giannini), perché possono farlo per via negoziale o legale, e nel secondo caso non si può parlare di onere. Questa è l’obiezione con cui negli anni 50 del secolo scorso si dimostrò che la tassa non era risolvibile in tale figura giuridica, e si può dire che da allora sul piano ricostruttivo della fenomenologia tributaria nulla è cambiato.

Ripetuta oggi, la stessa obiezione non impegna a qualificare il “prezzo” del way out come una tassa. In astratto, si potrebbe forse pensare a uno scambio di utilità che faccia perno sull’istanza di autorizzazione che la banca conferente doveva presentare alla Banca d’Italia, sul modello, per esempio, di una tassa di concessione. Tuttavia, la parametrazione del depauperamento (pari al 20% del patrimonio netto al 31 dicembre 2015) non al costo di un servizio goduto, ma a una consistenza patrimoniale che era nella disponibilità della conferente, è un elemento estraneo alla tassa, e orienta univocamente verso la figura dell’imposta.

Ora non importa dire se si trattasse di un’imposta per l’affrancamento delle riserve, concepita in continuità con la versione originaria della disciplina (ipotesi negata dalla Corte); oppure di un recupero forzoso di agevolazioni fiscali godute sotto forma di esclusione dall’imposizione degli utili accantonati; oppure, ancora, di un’imposta straordinaria sul PN di entità abnorme. La definizione del tipo di imposta avrebbe avuto rilievo, infatti, nel giudizio relativo alla questione di legittimità che, dichiarandone l’infondatezza, la Corte ha ritenuto non dovuto.

Preme invece mettere in evidenza che nella giurisprudenza della Corte la definizione del carattere della “coattività” del tributo è una questione aperta a partire dalle sentenze in materia di sconto sui medicinali (sentenze. nn. 26/1982, 63/1990, e 2/1995). Su tali precedenti (in cui si era assunta la natura tributaria dello sconto anche senza una sua esecuzione forzosa) la dottrina ha teorizzato la confluenza della coattività nell’elemento identificativo del tributo indicato dalla Corte come la «definitiva decurtazione patrimoniale», svalutando il requisito della previsione di poteri pubblici di accertamento o di riscossione che ne avessero completato la disciplina (Fedele). Una volta assorbita nell’alveo della “decurtazione”, la funzione pubblica è un possibile indice della coattività, senza però identificarvisi, perché motivi di efficienza e di semplificazione possono suggerire al legislatore di farne a meno, per affidarsi a diversi assetti regolamentari (di natura negoziale, e anche opzionale), che, opportunamente integrati anche solo per via legislativa, ne assicurino in altro modo il conseguimento.

A spingere in questa direzione è l’esigenza di un adeguato inquadramento di istituti di nuova concezione, come è quello esaminato nella sentenza n. 149/2021. Non è tempo per sovraccarichi ideologici delle pronunce della Corte, ma non si può fare a meno di rilevare che irrigidirsi su posizioni affette da criticità irrisolte equivale a un’apertura di credito nei confronti di politiche inclini a realizzare depauperamenti anche molto rilevanti a carico delle attività produttive (qui connotate da una utilità sociale; a maggiore ragione se dirette a fini di lucro), al di fuori dei canoni di ragionevolezza e di coerenza espressi dagli
artt. 3 e 53 della Costituzione.

Non è una prospettiva tranquillizzante.

Presidente nazionale Anti – Università degli Studi di Milano

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