L’ANALISI

Quando i rischi desertificazione toccano la terra delle fabbriche

di Paolo Bricco


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3' di lettura

In molti danno per scontato che il Paese delle fabbriche sia destinato – per definizione - a perpetuarsi. Non è così. Nulla va ritenuto acquisito. Perché i segni di discontinuità sono molti: sullo scenario internazionale e nel contesto interno.

Con una classe politica che mostra sottovalutazione e disamore per la manifattura. Lo si è capito ieri. A Taranto, all’assemblea di Federmeccanica svoltasi dentro l’Ilva, sono successe tre cose. La prima è che è andata in scena l’identità manifatturiera del nostro Paese nella sua versione più consapevole, se non orgogliosa, dei propri mezzi: la metalmeccanica vale il 47,7% del valore aggiunto e il 42,2% degli addetti dell’industria italiana, l’8,1% del valore aggiunto e il 6,1% degli addetti dell’intera economia. La nostra dorsale industriale è la metalmeccanica. La quale esprime poco meno della metà dei 400 miliardi di export italiano.

Si tratta dell’esito di lungo periodo di una Italia industriale che dal Boom Economico è passata alla modernizzazione tecnologica degli anni Settanta e che, dalla seppur breve estate indiana dei campioni nazionali attivi all’estero degli anni Ottanta, è comunque approdata alla metamorfosi di un modello specializzativo improntato sulla media impresa internazionalizzata. E, questo, nonostante i punti di frattura e lo sbandamento strategico sperimentato nel suo insieme dal nostro tessuto produttivo nell’ultimo periodo per l’assommarsi di specifiche crisi produttive dalle più diverse connotazioni.

La seconda cosa che è successa ieri a Taranto è che Matthieu Jehl, vicepresidente e amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia, ha alternato la gentilezza del padrone di casa con la comunicazione del manager straniero a capo di una consociata lontana dal quartier generale (in questo caso, Londra), che risponde sia al buonsenso comune sia alle logiche internazionali basate sul rispetto del quadro giuridico in cui ogni impresa opera: «Non possiamo essere ritenuti responsabili per problemi che non abbiamo creato noi». Queste parole, che hanno confermato la non accettabilità della cancellazione da parte del governo del principio di non punibilità per reati commessi prima dell’arrivo a Taranto di Arcelor Mittal, sono state alterate soltanto da una evidente tensione emotiva nel linguaggio del corpo e nel tono tutt’altro che gelido e sicuro di sé della voce. È chiaro? È chiaro o no che, stando così le cose, Arcelor Mittal potrebbe riprendere in considerazione i propri impegni?

La terza cosa successa ieri a Taranto è che, ad ascoltare l’illustrazione del disegno strategico dell'industria italiana in generale e della metalmeccanica in particolare e a sentire il numero uno in Italia di Arcelor Mittal, non c’era nessun politico. Luigi Di Maio, vicepresidente del consiglio e ministro del Lavoro? Assente. Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia? Assente. Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto? Assente. Tutti impegnati in occasioni e tutti con la testa su dossier sicuramente importanti e non rimandabili. Assenti, però, a un incontro che ha rappresentato – non solo per il terribile caldo durante l'assemblea – un punto di fusione fra il profilo e il destino dell'Italia manifatturiera e le scelte di una multinazionale che, oggi, controlla il maggior produttore di acciaio, elemento essenziale per la metalmeccanica. In tutto l’Occidente è patrimonio comune alle classi dirigenti – élite e populiste – che l’industria è la base della società, perché essa conferisce stabilità ed identità. Guardate alla Germania che ha approvato un piano di sviluppo industriale da qui al 2030. Guardate agli Stati Uniti di Donald Trump e, prima, di Barack Obama: personalità diverse, ricette diverse, ma l'obiettivo comune di ricostruire il paesaggio industriale americano. Da noi, non usa. L’Italia è il Paese delle fabbriche. Qualcuno ha detto che non esiste politica industriale senza politica economica. Peccato che, da noi non ci sia nemmeno la politica. E non solo in un pomeriggio caldissimo a Taranto.

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