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Quando il romanzo diventa prova di omicidio in tribunale

Valutabili come prove contro l’imputato i documenti e gli scritti di cui lui sia l’autore: una possibilità prevista dal Codice di procedura penale. La Cassazione deposita le motivazioni della condanna per l’omicidio di una diciottenne nigeriana

di Patrizia Maciocchi

Quando il romanzo diventa prova di omicidio in tribunale

2' di lettura

Sono valutabili come prove contro l’imputato i documenti e gli scritti di cui lui sia l’autore. Una possibilità prevista dal Codice di procedura penale, che i giudici hanno applicato, pur sottolineando la particolarità del caso, per confermare la condanna definitiva a 25 anni di carcere di Daniele Ughetto Piampaschet, per l'omicidio della diciottenne nigeriana, Anthonia Eugbuna, il cui corpo era stato ritrovato nel Po. Tra gli altri gravi indizi a suo carico, i giudici hanno valorizzato anche la cronaca della morte della ragazza “annunciata” in alcuni suoi pseudo romanzi .

La cronaca di una morte annunciata
In particolare ne “La Rosa e il Leone”, l’imputato aveva descritto - come si legge nelle motivazioni della sentenza (48049) - dettagli dell’efferato delitto che potevano essere noti solo all’assassino. I suoi libri “La febbre nera”, “Il bracciale di corallo” e “La morte della sirena”, sono stati oggetto di studio per i giudici. Leggendoli, la Corte d’appello ha capito l’immaginario e la vita del protagonista, indicato anche per questa ragione come l’autore dell’omicidio. Un uomo ossessionato dalla ricerca di contatti con donne nigeriane dedite alla prostituzione che lui voleva redimere. Nei “romanzi” dell’aspirante scrittore è stato possibile trovare anche il movente: l’odio per una donna che, scrivono i giudici, lo aveva usato «e poi gli aveva preferito l’amore di un suo connazionale, con cui egli aveva scoperto che la vittima aveva intrapreso una relazione sentimentale».

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La sentenza

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Motivi futili e abietti
Per l’imputato è scattata anche l’aggravante dei motivi futili e abietti. Una forma di gelosia che porta a considerare come una proprietà la persona con la quale si è avuta una relazione e nei confronti della quale si prova un senso di rivalsa, con intenti di vendetta che arrivano fino alla pena massima della morte «per l’insubordinazione dimostrata e per l’offesa arrecata al malinteso senso di orgoglio e di possesso dell’agente».

Senza successo nel suo ricorso Piampaschet ha lamentato di aver subito un processo”ingiusto” perché i giudici di appello avevano ribaltato l’assoluzione senza rispettare l’obbligo di una motivazione rafforzata che si impone quando il verdetto viene riformato. L’uomo, dopo il ritrovamento del manoscritto, era stato arrestato, ma assolto in prima battuta era stato scarcerato. In appello l’assoluzione era stata trasformata in una condanna a 25 anni, che la Cassazione aveva annullato ordinando un nuovo processo. Ma era arrivata un'altra condanna con la pena confermata a 25 anni.  A luglio la sentenza definitiva della Cassazione, dopo la quale l’uomo era scappato. Arrestato il 25 luglio scorso ora è in carcere.

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