percorso in dieci tappe -

Quando Testori ballava a Rescaldina

L’«epopea comunitaria» della Bassetti: un modello di industria che influenzava direttamente anche la stessa architettura della città. La pubblicità della fabbrica era fatta per far sognare «una nazione di spose felici»

di Giuseppe Lupo


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Lo stabilimento Magnolia in una fase della lavorazione. Le immagini sono tratte dal libro, in tre volumi, «Questa è la Bassetti»

5' di lettura

Il trascorrere del tempo non ha cambiato il modo di raggiungere Rescaldina, che si trova nella zona a nord-ovest della provincia di Milano dove la pianura lombarda comincia a respirare il fresco delle Prealpi. Piuttosto ha modificato il suo profilo facendola diventare, da cittadina ad alta concentrazione industriale-manifatturiera com’era fino alla soglia degli anni Novanta, un agglomerato di una diversa identità. Prima il suo nome veniva associato all’industria tessile Bassetti, che nel dopoguerra assorbiva i due terzi dei residenti, adesso all’Auchan, che nel giro di un decennio ha polarizzato intorno a sé un vero e proprio parco commerciale, denominato Rescaldina Village. Il cambio epocale ha avuto riflessi ovunque: nelle abitudine quotidiane, nei rapporti tra le persone, nella pianta urbanistica che si è allargata e gonfiata di unità abitative orientate a soddisfare professionisti nel settore dei servizi anziché operai. Tutto è avvenuto in poco tempo e il riprodursi di palazzine a più piani, che hanno soppiantato le villette monofamiliari, ha determinato uno stile di vita assimilabile a quella anonima dell’hinterland più che al modello originario di civiltà mescolate.

Il cambiamento

L’inaugurazione del nuovo stabilimento di Rescaldina con la visita delle autorità nel 1964.Le immagini sono tratte dal libro, in tre volumi, «Questa è la Bassetti»

Nel dopoguerra, infatti, Rescaldina era metà agricola e metà industriale, un luogo dove i segni del moderno - officine, fonderie, telerie - confinavano con boschi di acacie, campi di grano e granturco, fienili, canali. Il paese era composto da cascine con cortili interni, cresciute lungo un rettifilo che collegava la zona vecchia con la nuova ed era tagliato in due dai binari delle Ferrovie Nord, su cui scivolavano le carrozze dirette a Novara. È possibile ipotizzare che Giovanni Testori si fosse spinto da queste parti, magari a bordo di un trenino con i sedili in legno e gli scaldini di ghisa, oppure percorrendo su mezzi motorizzati la Varesina o il Sempione, due statali che lambivano a oriente e a occidente il territorio comunale, con trattorie e pompe di benzina intervallate ad alberi: un paesaggio che non sarebbe dispiaciuto allo statunitense Edward Hopper, autore di un dipinto, Gas del 1940, in cui raffigurava qualcosa di simile. Se ci fidiamo di quel che Testori racconta nel Ponte della Ghisolfa, dobbiamo pensare che ci sia venuto come fanno i personaggi del suo libro, a Rescaldina, puntuali nell’arrivare il sabato sera per divertirsi. «Andiamo a Rescaldina» è uno dei racconti del Ponte della Ghisolfa ed è la storia di due giovani che si conoscono in un dancing popolare, trascorrono un’intera serata a ballare e al momento di salutarsi si danno appuntamento al sabato successivo. Non sappiamo se si innamoreranno frequentandosi nei fine settimana, né se sogneranno una casa con elettrodomestici, cucina americana e il corredo di tovaglie, lenzuola, asciugamani «per una casa più bella» come recita lo slogan di una pubblicità Bassetti di quegli anni.

Un «corredo per tutta la vita»

Quel che il racconto trasmette è un’aria di spensieratezza amorosa, come se Rescaldina fosse una tappa simbolica di una vicenda tipicamente italiana, fatta di intimità familiare che si nutriva nel desiderio di «un amore e un corredo per tutta la vita», altro slogan Bassetti. È probabile che Testori avesse soltanto intuito il rapporto tra gli incontri nella sala da ballo e la nuova famiglia che potenzialmente sarebbe nata, tanto più che al tempo in cui Il ponte della Ghisolfa venne pubblicato, nel 1958, Rescaldina non aveva locali adatti al divertimento, nessun cinema, nessun teatro, solo qualche bar e due sale da ballo, dislocate una nella parte vecchia e una nella parte nuova. L’informazione è ricavabile dall’inchiesta che il sociologo Alessandro Pizzorno condusse proprio in quel periodo tra la popolazione residente e che poi sarebbe stata pubblicata da Einaudi nel 1960, due anni dopo i racconti di Testori, con il titolo Comunità e razionalizzazione. Ciò che spingeva Pizzorno era il desiderio di analizzare in che misura agisse la presenza dell’industria all’interno di un contesto fortemente legato a una mentalità tradizionale, dove una specie di familismo comunitario regolava i rapporti tra gli individui, il cui scopo principale era di trasferirsi dalla casa di cortile alla villetta costruita con i propri risparmi o, più plausibilmente, con gli aiuti economici dalla fabbrica tessile. La Bassetti era presente nel territorio già dalla fine dell’Ottocento e godeva di una stima illimitata presso la popolazione sia perché si era fatta garante di uno sviluppo urbanistico con la costruzione di nuovi quartieri destinati ai suoi dipendenti, sia per un particolare atteggiamento imprenditoriale che consentiva a chiunque fosse entrato in relazione con essa di godere di uno speciale trattamento.

Poteva apparire paternalismo, forse in parte lo era, ma qualcosa ricorda l’azione comunitaria che Adriano Olivetti mise in atto nel Canavese tra gli anni Quaranta e i Sessanta: managerialità e organizzazione, ma anche forte solidarismo cattolico. E come per la Olivetti, anche in questa azienda imprenditoria e politica camminavano di pari passo, soprattutto nelle figure di Gian Sandro Bassetti, che fu sindaco di Rescaldina dal 1951 al 1961, e di suo fratello Piero, che sarebbe stato eletto primo Presidente della Regione Lombardia.

L’ombrello in città

Un cielo dipinto con i colori di un laburismo illuminato riuscì a splendere sopra la grande architettura a ombrello: così venne chiamato il tetto che copriva il nuovo stabilimento inaugurato nel 1964 - una struttura di cemento, poggiata sopra muri di mattoni rossi, in cui telai e bobine di stoffa erano in un solo ambiente open space - e fu grazie alle generazioni dei più giovani se avvenne questo passaggio. Bisognava andare oltre gli schemi imprenditoriali dei primi decenni del secolo, oltre la scuola-fabbrica, l’asilo per l’infanzia, il convitto per le dipendenti. Bisognava sviluppare rapporti secondo schemi orizzontali più che verticali, assecondando una filosofia che portò al famoso protocollo d’intesa, siglato con i sindacati nel maggio del 1958 e diventato oggetto di studio in un saggio di Umberto Romagnoli, Contrattazione e partecipazione, pubblicato dal Mulino, nel 1968. Negli anni d’oro della Bassetti, al tempo in cui primeggiava in Italia nel settore tessile, venne dato il mandato all’architetto Vico Magistretti di progettare il Centro ricreativo e teatro cinema, che entrò in funzione nel 1956 sotto il coordinamento di Gino Neri.

Ma quello fu anche il periodo in cui far conoscere i prodotti significava non soltanto inaugurare una catena di negozi nelle principali città italiane ed estere, ma convocare la creatività di Leonardo Sinisgalli, che in alcune lettere scritte tra il luglio 1963 e il giugno 1965 proponeva una serie di réclames a effetto - Tenera è la notte, Eva ultima, Per fare l’alba - veri e propri calchi letterari dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, Massimo Bontempelli e Rosso di San Secondo. In un’altra proposta (Le stelle vi guardano) Sinisgalli stava pensando a The stars look down di Archibald Joseph Cronin, tradotto in Italia nel 1936 con il titolo fortunato E le stelle stanno a guardare.

Una nazione di spose felici: questo raccontava la pubblicità Bassetti. Non sarebbe stato sufficiente fabbricare capi in stoffa di alta qualità e nemmeno avere la leadership nella produzione del lino, che fu uno dei maggiori vanti dell’azienda, ma convincere le donne che potevano somigliare alle mogli sorridenti mentre stendevano il bucato all’aria aperta o apparecchiavano la tavola per il pranzo della domenica. Far capire loro che un corredo nuziale, confezionato da una macchina, aveva gli stessi requisiti d’innocenza di quei ricami usciti dalle mani delle suore nei conventi.

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