Storia delle vacanze

Quando in villeggiatura andavano solo i nobili

Dalle acque termali ai transatlantici, l’Orient Express, Capri, il Lido di Venezia e la Costa Azzurra. Un modo di viaggiare lussuoso ed elitario che non ha niente in comune con il democratico turismo di massa

di Raffaele Liucci

 La Costa Azzurra in un manifesto Art Déco

I punti chiave

  • Differenza fra turista e viaggiatore

3' di lettura

In principio fu l’acqua. L’acqua delle città termali, dove fioriscono le prime forme di turismo stanziale. L’acqua dei laghi, ricettacolo di hotel esclusivi che presto colonizzano anche le montagne. L’acqua delle spiagge, nuovi salotti del tempo libero. L’acqua degli oceani, solcati dai viaggiatori più temerari. E proprio l’acqua è il filo conduttore del saggio einaudiano di Alessandro Martini e Maurizio Francesconi, i quali, navigando per biblioteche, hanno cercato di ricostruire luoghi, atmosfere e personaggi del turismo d’élite (1860-1939).

Come non rimpiangere quell’epoca in apparenza aurea? Le Alpi non erano ancora deturpate dagli impianti di risalita. Gli sciatori, per raggiungere le vette, adoperavano le pelli di foca. Gli alberghi sul mare non avevano la fisionomia dell’ecomostro. La mobilità era incentrata sul treno. La silhouette dei transatlantici non faceva presagire le odierne e mastodontiche grandi navi da crociera. I piani regolatori erano redatti da urbanisti visionari. Gli abiti sfoggiati dai villeggianti rispecchiavano eleganza e buon gusto.

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L’Orient Express

Martini e Francesconi sono attratti da questo mondo di ieri, rievocato con penna brillante. Monte Carlo, una «città dello svago e del lusso» creata dal nulla in un tratto di costa inospitale. L’Orient Express e i suoi passeggeri, usciti da un romanzo di Agatha Christie. La «montagna magica» di Davos. Il lido di Venezia, ma anche Rimini, il cui primo stabilimento balneare fu inaugurato nel 1843, sotto il governo pontificio. La Piramide di Cheope, sulla cui cima i turisti prendono il sole e sorseggiano il tè. Le stesse illustrazioni che impreziosiscono il volume dischiudono un universo incantato e rutilante. Spicca la sensualissima fotografia scattata a Capri nel 1935 da Herbert List, Flirt at the Piccola Marina: un documento che restituisce come pochi altri il fascino esercitato dal Mezzogiorno d’Italia sui turisti internazionali.

E tuttavia, esplorato nelle sue basi economiche e sociali, indagato nei suoi risvolti culturali, raccontato nei suoi mutamenti valoriali, il mondo del turismo d’élite rivela non soltanto luci, ma anche ombre. La nuova «moda della vacanza» rispecchia una società classista e in buona misura ancora antidemocratica. Dietro le luminarie delle località più trendy, s’intuiscono sacche di povertà, degrado, emarginazione.

L’Oriente

Il capitolo più illuminante del libro è forse l’ultimo, riservato all’Oriente. Cosa vi cercavano i viaggiatori occidentali? Soprattutto una meta che esisteva soltanto nella loro immaginazione (l’Oriente come invenzione dell’Occidente). Gli alberghi che accoglievano i facoltosi visitatori europei erano dei «caravanserragli del lusso». Enclaves in cui i turisti potevano sperimentare l’ebbrezza dell’«altrove» senza rinunciare a tutti i comfort ed evitando imbarazzanti contatti con gli indigeni. «L’Egitto senza gli egiziani», recitava lo slogan di una compagnia di viaggio.

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A scompaginare il jet set del tempo sarà la seconda guerra mondiale. Nel 1939, la rivista «Vogue» avvertiva che «con l’attuale insicurezza dell’Europa non è facile decidere dove coricarsi al sole senza mettere in conto una fuga precipitosa».

Turista e viaggiatore

Eppure, nonostante la Germania avesse già invaso la Cecoslovacchia, a Parigi si apriva come nulla fosse la tradizionale stagione delle feste e dei balli. Sarà l’ultimo fuoco di paglia. Poi, le teste coronate, i dandy, gli avventurieri dovranno rinunciare per qualche anno ad arenili, terme e promenade. Persino Elsa Schiaparelli chiuderà a Parigi la sua maison de couture. Quando la riaprirà, con il ritorno della pace, la «moda della vacanza» era ormai destinata a diventare un fenomeno più vasto e meno esclusivo. Tanto che nel romanzo Il tè nel deserto (1949) Paul Bowles, scrittore americano accolto a Tangeri, fisserà una distinzione fondamentale, quella fra turista e viaggiatore: «la differenza sta nel tempo. Laddove, in capo a qualche settimana o mese, il turista si affretta a far ritorno a casa, il viaggiatore si sposta più lentamente, per periodi di anni, da un punto all’altro della terra».

Agli occhi dello storico, la nuova epoca del turismo di massa – più impattante, brulicante, cafone – non segna una vera e propria cesura, quanto la prosecuzione in forme più accessibili e popolari di una pratica inaugurata quasi un secolo prima da conti e duchi. Nel 1973, Fernanda Pivano – prima traduttrice italiana nel 1949 di Tenera è la notte di Fitzgerald, ambientato nei primi anni Trenta – ritornava a Cap d’Antibes, trovandovi spiagge sopraffatte da orribili costruzioni, ressa di bagnanti nel mare torbido, ristoranti dove si friggono sogliole e patate nello stesso olio, strade ululanti di clacson: «dov’è la dolce Costa Azzurra teneramente cantata dall’eroe di una giovinezza affondata nella disintegrazione e nel disastro?».

La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939, Alessandro Martini, Maurizio Francesconi, Einaudi, pagg. 354, € 34

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