neo-protezionismo

Quanto costano i dazi (e i tweet di Trump)? 4mila miliardi in due settimane

di Vito Lops


L'alto costo dei tweet di Trump

4' di lettura

Un mese fa (8 marzo) Donald Trump varava la controversa “tassa” sull'import pari al 25% sull'acciaio e al 10% sull'alluminio. Inizialmente la misura avrebbe dovuto comprendere anche l’Unione europea ma dopo qualche giorno è stata esentata (almeno fino a maggio). Questa confusione ha fatto sì che inizialmente gli investitori non abbiano preso sul serio le parole del 45esimo presidente degli Stati Uniti. Poi il vento è cambiato, perché gli attacchi hanno trovato un nemico diretto: la Cina.

A quel punto il vaso di Pandora si è rotto e il mondo è entrato difatti nel territorio inesplorato della prima guerra commerciale nell’era della globalizzazione. Trump, dopo una serie di attacchi (a suon di tweet) generici, è uscito allo scoperto andando dritto al punto: il deficit commerciale degli Usa nei confronti della Cina è vicino ai 400 miliardi di dollari l’anno. «Di questi la Cina ne deve restituire 100 miliardi subito».

In poche ore è stata preparata una lista di 1.133 prodotti su cui gli Usa applicheranno dazi alla Cina per il 25%. Valore dell’operazione, 50 miliardi di dollari. Pechino ha risposto pubblicando un elenco di 128 prodotti statunitensi su cui praticare “contro-dazi”. Secondo molti esperti siamo solo agli inizi di una baruffa che non è dato sapere se e in che modo terminerà. Molto duro anche l’ultimo tweet, di poche ore fa: «We are not in a trade war with China, that war was lost many years ago by the foolish, or incompetent, people who represented the U.S. Now we have a Trade Deficit of $500 Billion a year, with Intellectual Property Theft of another $300 Billion. We cannot let this continue!»

Tradotto: «Non siamo in guerra commerciale con la Cina, quella guerra è stata persa molti anni fa dalle persone folli o incompetenti che rappresentavano gli Stati Uniti. Ora abbiamo un deficit commerciale di 500 miliardi di dollari all'anno, con un furto di proprietà intellettuale di altri 300 miliardi di dollari. Non possiamo permettere che questo continui!».

Una delle più grandi paure degli Usa è la competizione sul settore tecnologico da parte della Cina nei prossimi anni. Non a caso dei 1.133 prodotti “bannati” da dazi, oltre 700 riguardano il settore hi-tech.

Quanto costano i tweet di Trump alle Borse
Tra i tanti dubbi qualche certezza c’è: i tweet di Trump e le paure degli Usa stanno alimentando ansie sui mercati. L’indice della volatilità, il Vix, è tornato su livelli di preoccupazione, vicino ai 25 punti (quando i mercati sono tranquilli questo indice oscilla tra 10 e 15 punti). Mentre le Borse dal 13 marzo hanno perso 4.000 miliardi in termini di capitalizzazione. Da allora Wall Street ha perso il 7%, Francoforte il 4%, Shanghai il 5,3% e Milano il 2%.

IL VALORE MONDIALE DELLE BORSE

Dati in miliardi di dollari (Fonte: Bloomberg<b>)</b>

La rotazione dei portafogli in atto
Sui mercati è partita una rotazione dei portafogli verso beni rifugio. L’oro si è riavvicinato alla soglia dei 1.350 dollari, mettendo a segno un +4% da inizio anno (in dollari). Dai minimi di periodo toccati il 12 dicembre il metallo giallo si è apprezzato di 100 dollari. Borse giù, oro su. Come le obbligazioni, che sono tornate, nonostante i bassi rendimenti, nei radar dei gestori, che hanno incrementato le posizioni in questa fase di avversione al rischio alimentata dal neo-protezionismo di Trump. Gli acquisti di bond hanno ovviamente spinto in giù i rendimenti (che si muovono in direzione opposta ai prezzi).

Con i dazi anche il BTp diventa un bene rifugio
Paradossalmente in questo momento anche il BTp - proprio nel mezzo di una fase in cui un Paese, l’Italia, è senza governo e ha obbiettive difficoltà a formarne uno considerate le schermaglie in atto tra le forze politiche - è diventato uno dei beni rifugio preferiti dagli investitori. Non a caso il rendimento del decennale è sceso all’1,7%, cosa che non accadeva dallo scorso dicembre.

«C'è da dire che il timore di una guerra commerciale fra Usa e Cina ha determinato una revisione al ribasso di crescita e inflazione in diversi Paesi e ha spinto a rivedere anche le attese di prossime strette monetarie. Così c'è stato un repricing delle curve dei titoli di Stato, con tassi più bassi», spiega un esperto.

Cambio di paradigma?
Sembra un ossimoro che in tempi di sfrenata globalizzazione il Paese più potente del mondo (gli Stati Uniti) dichiari una guerra commerciale a quello che segue a ruota nella classifica mondiale del Pil. Tanto più se quest’ultimo è il primo detentore di titoli di Stato Usa (se si esclude la quota della Federal Reserve). Oggi la Cina ha in mano quasi 1.200 miliardi di dollari in T-bond. Fino ad oggi il rapporto di amore e odio tra Usa e Cina si è retto su un tacito accordo: io (Usa) compro le tue merci e tu (Cina) mi finanzi il debito.

Ma la guerra commerciale appena dichiarata rischia di scompaginare questo equilibrio. Forse qualcosa si è rotto a inizio marzo quando Pechino ha fatto un passo indietro verso il percorso di liberalizzazione politica in cui confidavano gli Usa, varando una modifica costituzionale che consentirà al presidente cinese Xi Jinping di governare a vita. Quanto potranno convivere in futuro monocrazia cinese e protezionismo trumpiano con la globalizzazione?

twitter.com/vitolops

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