Qualcuno sa leggere

Quanto sono nobili i non protagonisti

di Gianluca Briguglia

. Mosè è salvato dalla figlia del faraone che trova una balia e lo alleva

3' di lettura

Tutti si ricordano di Edipo, di come uccise il re Laio a Tebe - senza sapere che fosse suo padre -, e di tutte le conseguenze tragiche che conseguirono a quel gesto. Ma nessuno pensa mai al pastore che aveva accolto Edipo infante. Il bambino Edipo avrebbe dovuto essere ucciso, proprio per ordine di Laio, che temeva una profezia funesta, ma il pastore lo nutrì o lo portò a Corinto.

Una figura minore, quella del pastore, da attore non protagonista, anzi da comparsa, nel grande dispositivo della tragedia, ma in fondo è proprio lui che protegge il bambino Edipo, almeno per un po’. E prima ancora del pastore, c’è il servo di re Laio. Salva Edipo, perché non lo uccide, decidendo così di mentire e di disobbedire al suo re. È forse il lontano ascendente del cacciatore di Biancaneve, che invece di uccidere la ragazzina, la consegna al bosco - che si rivela un luogo accogliente, protettivo e felice? Chi lo sa, certo è che miti e storie sono piene di questi personaggi minimi, ma accoglienti e coraggiosi. Anche lo Zeus infante è accolto da una famiglia di pastori. Da adulto andrà incontro al proprio destino tonante, sconfiggerà Crono e diventerà il padre degli dei dell’Olimpo, ma per il momento è custodito in una cesta, con i pastori. In alcune varianti Zeus è invece protetto dallo strano popolo dei Cureti, che fanno uno strepitoso frastuono quando il bambino piange, in modo che Crono non si accorga della sua presenza e non lo uccida. Intanto una capra lo nutre e lo accudisce. Certo la versione secondo cui sarebbe stata un ninfa a prendersi cura di lui è più seducente e comprensibile, ma quanto più delicata è l’immagine di un animale benevolo che adotta il bambino. Del resto gli animali che accolgono, più per amore che per istinto, non mancano nei miti e nelle favole. Il bambino Mowgli perduto nella giungla viene cresciuto dai lupi, con tanto di accordo dell’orso e della pantera.

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Romolo e Remo vengono lasciati alla corrente del fiume in una cesta di vimini e, incagliatisi in una riva, sono allattati dalla lupa, ma forse anche nutriti da un picchio e poi trovati dal porcaro Faustolo che li alleva con la moglie Laurenzia. Tutti ricordano il destino dei due gemelli, ma nessuno pensa troppo alla tenerezza di quel picchio di passaggio, di quella lupa poi immobilizzata nell’immagine capitolina che tutti abbiamo in mente e di Faustolo e Laurenzia, di cui indoviniamo la semplicità. Tutti si ricordano di Mosè, che fu affidato alle acque del Nilo, ma non sappiamo neppure il nome della figlia del faraone, che lo vide, lo salvò, gli trovò una balia e lo amò come figlio. Certo in tutte queste storie il centro è altrove: la paura dei padri, il timore del figlio, eroe che nasce per soppiantare, i ruoli complessi e terribili dell’amore tra i figli e chi li ha generati. Tuttavia nelle primissime fasi della vita di un neonato, tra i tanti personaggi che a buon diritto cominciano ad abitarci e a dialogare con noi, mi pare che siano queste figure minime ad avere i migliori argomenti.

Ci sarà tempo per vigilare su Edipo e Laio, su Zeus e Crono, su Biancaneve e la regina cattiva, sul rovescio terribile e ingombrante delle favole e dei miti. Ci sarà tempo per tutto, ma forse all’inizio dell’avventura è più bello pensare a questi cacciatori, porcari, picchi, capre, figlie meravigliate e generose di re preoccupati, che si occupano dell’infante stando a lato della tragedia e delle paure, semplicemente come coloro che accolgono.

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