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Quasi 5mila edifici abbandonati La mappa del tesoretto veneto

Confartigianato ha realizzato un'analisi georeferenziata delle unità immobiliari pubbliche Il patrimonio ammonta a 1,7 milioni di metri quadrati e potrebbe generare benefici per oltre 1,7 miliardi

di Valentina Saini

Record. La lista nera degli edifici fantasma mappati da Confartigianato veneto conta numeri da capogiro: nel Vicentino sono 1.163 (foto, la città di Vicenza)

4' di lettura

È ormai un cliché dire che i dati sono il petrolio del XXI secolo. Però è vero che alcune delle aziende più forti del mondo lavorano con i dati e la centralità dei dati è sempre più evidente anche in Italia. Ad esempio in Veneto. In territori dove i capannoni sono ancora tanti (troppi, molti sono vuoti), e dove la cementificazione continua ad avanzare, i dati potrebbero aiutare a valorizzare meglio il patrimonio edilizio. A cominciare da quello pubblico.

Se ne è accorta Confartigianato Imprese Veneto, che ha portato avanti un’innovativa iniziativa per mappare tutti gli edifici pubblici inutilizzati in regione attraverso un’analisi georeferenziata, che andrà a creare «un sistema informativo per promuovere azioni d’intervento e riuso sul territorio». Il potenziale, indubbiamente, c’è: il patrimonio edilizio pubblico veneto è costituito da 58.130 unità immobiliari, per un totale di quasi 36 milioni di metri quadri di superfici. Si tratta di un patrimonio non sempre proprio nuovissimo (un immobile su quattro è stato costruito prima del 1945), ma comunque imponente, e tra i più interessanti d’Italia.

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L’8% di questo patrimonio pubblico non viene sfruttato: 4.900 unità immobiliari, quasi 1,7 milioni di metri quadri. Di questi 1.430 unità sarebbero da demolire ed eventualmente da ricostruire, ma il resto (il 70%) è valido. E del resto, camminando per le grandi e piccole città venete, chi non si è imbattuto in qualche ex carcere o ex scuola vuoti, lasciati a se stessi?

Un fabbricato dismesso su due è dei comuni, e gran parte delle superfici non utilizzate è composto da caserme e carceri (19%), fabbricati produttivi (13%), abitazioni (13%), edifici scolastici (12%), ospedali e case di cura (9%), uffici (8%). Per Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto, intervenire sul patrimonio pubblico inutilizzato è fondamentale, dato che «consentirebbe di generare un beneficio economico per il settore di 1,7 miliardi di euro: 40 milioni da demolizioni, 7,5 milioni dalle rinaturalizzazioni, 116 da ricostruzioni, 258 da restauro conservativo, 38 da adeguamento, 256 da efficientamento».

Conta la dimensione economica, ma anche quella ecologica e ambientale. Nella seconda regione italiana per consumo di suolo ci sarebbe la possibilità di rinaturalizzare 185mila metri quadri di suolo, risparmiare 1,23 milioni di chili di anidride carbonica, e ridurre ulteriormente l’emissione di anidride carbonica per 29 milioni di chili grazie a interventi di efficientamento energetico.

L’analisi è stata promossa da Confartigianato Imprese Veneto, ma gli interlocutori saranno in primis i comuni. Difatti è già in programma un incontro per un possibile protocollo di intesa con Anci Veneto (l’associazione dei comuni del Veneto), in modo da favorire il confronto e spianare la strada a interventi concreti. Degno di nota, poi, è che la sinergia non ha soltanto una dimensione regionale, ma nazionale: nel sistema informativo online sarà possibile conoscere in modo dettagliato ogni singolo elemento costituente ciascun bene immobiliare, grazie alle informazioni mappate e derivanti dalla banca dati del MEF – Dipartimento del Tesoro.

L’iniziativa potrebbe diventare un modello per altre regioni italiane. Da Bolzano Adriano Bisello, senior researcher e project manager all’Istituto per le energie rinnovabili dell’Eurac dà giudizio positivo. «Riutilizzare l’esistente è l'unico modo per non intaccare ulteriormente territorio agricolo, e quindi evitare consumo di suolo. Inoltre rigenerare e riqualificare edifici o aree non più funzionali all’interno del tessuto urbano esistente è fondamentale per evitare fenomeni di degrado, mantenere la qualità nelle aree abitative e attivare ulteriori processi di conversione nell’intorno».

Per il ricercatore «l’attore pubblico deve essere il primo a fornire l’esempio, anche in sinergia con i privati investitori e le realtà locali, incluse le associazioni e i singoli gruppi di cittadini e portatori di interesse, che conoscono meglio le necessità locali; costoro, se ingaggiati fin dall’inizio in un processo di co-creazione, sentiranno come propria la nuova soluzione, e la ameranno».

Secondo Bisello è prioritario tenere nella giusta considerazione anche l’aspetto energetico, oggi particolarmente urgente a causa dell’impennata delle bollette. «Ultimamente si parla molto di comunità energetica: l’energia rinnovabile prodotta a livello locale, specialmente con il fotovoltaico in ambito urbano, viene condivisa tra prosumers, cioè tra membri della comunità che possono essere produttori, consumatori o entrambi. Non è detto che gli edifici esistenti, per conformazione o destinazione d’uso, siano in grado di coprire i propri fabbisogni: un’area dismessa, o un immobile non più funzionale, possono diventare l’elemento centrale nella struttura della comunità energetica, fornendo capacità produttiva o ospitando sistemi di accumulo energetico, cioè batterie».

Rispetto a metropoli come Parigi o Londra centri come Treviso o Vicenza sono più vicini all’obiettivo della “città dei 15 minuti”. Ma per trasformare le città e utilizzare in modo innovativo il patrimonio edilizio pubblico dismesso, occorre mappare.

L’iniziativa di Confartigianato Imprese Veneto «mette in gioco tanto gli aspetti economici, in termini di investimenti per il settore delle costruzioni e di risparmio o introiti per le pubbliche amministrazioni, quanto quelli sociali ed ambientali, e presuppone l’attivazione di sinergie tra pubblico-privato, tra operatori economici e sociali». I dati sono dunque soltanto il punto di partenza; il punto di arrivo è ancora tutto da costruire.

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