la crisi dell’ilva

Ilva, quasi tutti a Taranto i 5mila esuberi chiesti da ArcelorMittal. Anche l’indotto pronto a sciopero

Il sito di Genova verso la fermata: dalla Puglia non arriva più l’acciaio da lavorare

di Domenico Palmiotti


La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

3' di lettura

Sono 5mila gli esuberi che ArcelorMittal ha dichiarato per il gruppo a fronte di una forza lavoro complessiva di 10.777 addetti ad oggi. Non c'è ovviamente un riparto degli esuberi, ma è sin troppo chiaro che la gran parte si concentrerebbe nel siderurgico di Taranto sia perché è lo stabilimento più grande, sia perché i 5mila esuberi sono calcolati in relazione ad una produzione annua di acciaio di 4 milioni di tonnellate e la produzione si fa a Taranto con i tre altiforni ora in marcia: l'1, il 2 e il 4.

A Taranto c’è stato da mercoledì 6 alle 15 uno sciopero di 24 ore indetto dalla Fim Cisl. Venerdi 7, per 24 ore, c'è invece lo sciopero indetto da Fiom Cgil e Uilm. Ma anche i lavoratori dell’indotto si sono detti pronti allo sciopero: «Senza una risposta esaustiva, unitariamente alle confederazioni di Cgil, Cisl e Uil e al fianco dei colleghi degli altri settori del siderurgico, saremo pronti a tutte le iniziative fino al blocco a oltranza delle attività lavorative nei propri settori», sostengono i segretari di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Fist Cisl, Uiltrasporti e Uiltucs Uil, che rappresentano appunto gli operai dell'indotto.

Il polo di Genova non produce direttamente acciaio, essendo stata chiusa anni fa l'area a caldo, ma viene alimentato dai rotoli che arrivano da Taranto e da Genova hanno detto che la materia prima non sta arrivando più e quindi Genova va verso la fermata a breve.

Per i sindacati, anche il sito di Taranto è destinato a fermarsi da solo in tempi stretti perché l'azienda ha bloccato ordini, rifornimenti e lavori, esclusi quelli per l'Autorizzazione integrata ambientale.

Nella lettera che ieri ArcelorMittal ha spedito ai sindacati per comunicare l'avvio della procedura di restituzione, entro 30 giorni, alle società concedenti del personale che ha assunto l'1 novembre del 2018, c'è il quadro riassuntivo della forza lavoro ad oggi.

Tutti i dipendenti sono 10.777, di cui 7.040 operai, 2.223 impiegati e 1.007 intermedi. Nello specifico ci sono 8.277 unità a Taranto (5.642 operai), 1.016 a Genova (681 operai), 681 a Novi Ligure, 123 a Milano, 134 a Racconigi, 39 a Paderno Dugnano, 29 a Legnano, 52 a Marghera. Poi ci sono i dipendenti delle società di servizi che fanno parte della galassia ArcelorMittal, e cioè Amis con 64 unità, Am Energy con 100, Am Tubular con 40 e Am Maritime, la più grande - le navi per il trasporto - con 222.

Oltre a Genova, anche Novi Ligure e Racconigi lavorano ciò che arriva da Taranto. A Novi Ligure, in provincia di Alessandria, si fa laminazione dei piani (usando le bramme che giungono via nave da Taranto) per l'automotive. Genova e Novi Ligure costituiscono un polo integrato di laminazione, l'avamposto di qualità dell'azienda, con Genova capofila.

A Racconigi, invece, si producono profili metallici per i tubi. A Milano c'è poi il quartier generale della società, mentre Paderno Dugnano, Legnano e Marghera sono centri di servizi. Ma tutta questa catena ha la sua spina dorsale a Taranto, dove arrivano le materie prime, i minerali, che vengono stoccate nei parchi deposito, preparate per la lavorazione nell'agglomerato e da qui si snodano poi i passaggi successivi: gli altiforni che producono la ghisa e le acciaierie che la trasformano in acciaio.

Va detto che degli 8.277 dipendenti di Taranto, 1.276 sono in cassa integrazione ordinaria dal 30 settembre scorso per crisi di mercato. Vi resteranno 13 settimane. In precedenza, dal 2 luglio al 30 settembre, c'era già stata una prima tranche di cassa integrazione per 1.395 addetti sempre per crisi di mercato e per la rimodulazione degli obiettivi di produzione a Taranto dai 6 milioni di tonnellate previsti nel 2019 ai 5 milioni ricalcolati, anche se l'anno si chiuderà a meno, intorno ai 4 milioni di tonnellate.

Che per Mittal è anche la produzione sostenibile, vista l'attuale crisi su cui pesano congiuntura internazionale, dazi americani, sovracapacità produttiva globale della siderurgia, frenata dell'automotive e aumento delle importazioni in Europa.

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