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Quattro condanne per la truffa alla signora dei diamanti

l notaio, la commercialista, il morto suicida. Al centro una brutta storia di denaro sparito e tutele tradite. Sullo sfondo l’inchiesta sulle truffe della International Diamond Business

di Stefano Elli

(Adobe Stock)

4' di lettura

Condanna in primo grado a otto anni e sei mesi per Franco Novelli, notaio, destituito dall’Ordine di Milano, due anni e sette mesi per la moglie, Marzia Provenzano, già numero due dell’ordine dei Commercialisti di Milano, due anni e due mesi al guardaspalle Mustapha Samaya e due anni al legale Alberto Consani. Si è concluso così, alla decima sezione penale di Milano, il processo milanese istruito dalle pm Giovanna Cavalleri e Cristiana Roveda. Gli imputati erano accusati di circonvenzione d’incapace, sequestro di persona, peculato, falso e associazione a delinquere, per avere posto in essere tra il 2012 e il 2015 strumenti giuridici finalizzati a fare l’interesse di Antinea Massetti de Rico (fondatrice della Idb Intermarket Diamond business) e del marito Richard Hile (entrambi incapaci di intendere e di volere): in realtà – secondo la ricostruzione dell’accusa – gli strumenti sarebbero serviti a distrarre i beni della coppia.

La vicenda

La vicenda, degna di una sceneggiatura thriller, ha due vittime “perfette”: Massetti de Rico, rimasta in stato vegetativo dopo una caduta nel 2011 e il marito (Hile), anch’egli, sia pure per motivi diversi, ritenuto afflitto da deficit cognitivi. Massetti, già in affari con Michele Sindona negli anni settanta, si era dedicata alla commercializzazione di diamanti, sino a fondare la società finita anni dopo al centro di una vasta inchiesta per truffa che ha coinvolto pressoché l’intero sistema bancario italiano. Massetti de Rico sei anni dopo la tragica caduta, nel marzo 2017 morì. Ed è nell’arco di questi sei anni – sempre secondo l'accusa – che si sarebbero articolate le attività tese ad appropriarsi del patrimonio della signora in coma e del marito, pure lui in possesso di una quota rilevante della Idb Spa e morto quattro mesi dopo la moglie.

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Amministratori di sostegno

E qui entra in scena Claudio Giacobazzi, che in seguito diventerà amministratore delegato della Idb, morto suicida. All’epoca dell’incidente era il braccio destro della de Rico, e si sarebbe fatto nominare dal Tribunale di Milano, amministratore di sostegno della signora (un ruolo più sfumato rispetto a quello di «tutore», ma pur sempre di pubblico ufficiale). Sarebbe stata questa – sempre secondo l’ipotesi dell'accusa – la chiave utilizzata per aprire il forziere. Oltre a una costante opera di manipolazione di un altro soggetto debole: il marito della de Rico, convinto a dare il proprio assenso a operazioni che in realtà lo avrebbero danneggiato. Di qui la costituzione di trust (e la contestuale nomina di Giacobazzi a trustee), fondazioni e società collegate, affidate a lui stesso e a Novelli. È la ragione per cui la Procura ritiene di avere individuato in loro gli ispiratori dell'operazione.

L’associazione

Dal canto suo Provenzano, moglie di Novelli, scrivono le Pm: partecipava all'associazione «ponendosi a sua disposizione per ogni adempimento contabile necessario». Scorrendo i capi d'imputazione ci si fa un'idea sia pure approssimativa dell’ammontare delle somme in gioco: «Giacobazzi Claudio e Novelli Franco concorrevano a deliberare a proprio favore i compensi e agli (sic) emolumenti quale consiglieri di Idb Spa (...) nel corso del Cda del 22 dicembre 2015 un ulteriore compenso straordinario/bonus di 2.250.000 euro ciascuno, denaro poi materialmente erogato».

Gli emolumenti

E sempre Giacobazzi e Novelli «avendo la disponibilità “giuridica” del patrimonio si impossessavano di rilevanti somme di denaro disponendo emolumenti a favore di Marzia Provenzano per 87.000 euro nel 2012, 596.593 euro nel 2013, 267.067 euro nel 2014 e 395.481 euro nel 2015. A favore di Novelli, invece, venivano erogati compensi da 262mila euro nel 2012, di 759.200 euro nel 2013, di 760.600 nel 2014 e di 880.800 euro nel 2015» (tutti regolarmente fatturati).

Il sequestro di persona

Gli episodi che hanno portato all'imputazione di sequestro di persona risalgono agli inizi di maggio del 2015. In quel periodo Hile, accompagnato da Giacobazzi, si presentò in Tribunale per l’udienza di riassegnazione dell'amministrazione di sostegno della de Rico. La giudice tutelare si rese presto conto della condizione mentale di Hile. E nel giro di due mesi nominò un altro amministratore di sostegno per Hile. E lo individuò in un terzo avvocato, Pier Paolo Traverso. «Immediatamente dopo il deposito del provvedimento - scrivono i magistrati – (gli imputati, ndr) trasferivano (Hile) repentinamente e improvvisamente (all’insaputa dell'Ads Traverso) a Viareggio (..) sradicandolo dalle sue abitudini di vita e limitandolo e controllandolo nei movimenti tramite la guardia del corpo Mustapha Samaya che veniva incaricato di trasferirsi a Viareggio con la vittima».

La tesi della difesa

La tesi delle difese è che il trasferimento avvenne in accordo con Hile e venne deciso anche per ragioni di salute, essendo Hile afflitto da depressione. La guardia del corpo era oramai da anni al servizio di Hile. In terzo luogo Hile era libero di andare dove voleva e non viveva certamente in stato di costrizione. Quanto alla ragione per cui non si avvisò del trasferimento l’Ads in carica, non lo si fece perché in quel momento nessuno era ancora conoscenza della sua nomina da parte del tribunale di Milano. Ed è per questa ragione che ci si rivolse al Tribunale di Lucca per ottenere in favore di Hile un altro amministratore di sostegno. Che, nella ricostruzione dell’accusa, avrebbe dovuto essere proprio Marzia Provenzano.

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