regole e modelli societari

Quattro domande sui nuovi fini del fare impresa

di Umberto Tombari

(vegefox.com - stock.adobe.com)

3' di lettura

Nel capitalismo globale per lungo tempo ha dominato il “mito”, secondo il quale la grande società per azioni deve esclusivamente creare profitti per i soci. Oggi tutto questo è al centro di forti critiche e revisioni. Ovviamente non da parte di tutti, ma di molti.

Così, in un contesto storico ed economico sempre più complesso, numerose sono state le richieste di orientare in modo diverso lo “scopo” della corporation. Oltre alle lettere indirizzate da Larry Fink (presidente e chief executive officer di Blackrock) agli executive director delle più influenti imprese nel mondo, nell’agosto 2019 la Business Roundtable ha proposto l’ormai celebre “Statement on the Purpose of a Corporation”. Soltanto pochi mesi più tardi il Davos Manifesto – tradizionalmente non un Manifesto radicale – ha affermato che una società non deve servire solo i propri soci, ma tutti gli stakeholder e la comunità in generale. Nello stesso senso si è orientata anche la British Academy nei Principles for Purposeful Business. Nuovi miti stanno emergendo e provano ad affermarsi tra i corporate leader del futuro.

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Negli ultimi mesi qualcosa si sta tuttavia muovendo dall’empireo dei concetti al piano più tecnico e applicativo. A inizio 2021 due società quotate in Italia (Sesa e Snam) hanno introdotto o stanno per introdurre nel proprio statuto il «successo sostenibile» come obiettivo dell’organo amministrativo. Importanti movimenti sono poi da registrare sul piano dell’Unione europea, dove la Commissione si sta interrogando sull’opportunità di intervenire sullo “scopo” della società e sui doveri fiduciari degli amministratori. Nell’ambito del diritto europeo si profila il grande interrogativo se, con riferimento al corporate purpose, sia opportuno che gli Stati della Ue procedano in ordine sparso (in una sorta di più o meno consapevole “concorrenza tra ordinamenti”) o sia preferibile che l’Unione europea, al fine di favorire definitivamente le politiche di sostenibilità, imponga alle società il perseguimento di “scopi sostenibili”.

In questo contesto cosa deve fare il nostro Paese? La risposta è semplice: essere presente nel dibattito e non aspettare passivamente gli esiti delle decisioni di Bruxelles. Troppe volte questo atteggiamento non ha pagato. E per essere presenti occorre aver chiari i problemi da affrontare, prima ancora delle soluzioni.

Limitandosi a qualche esempio, sotto il profilo delle scelte di politica legislativa è da chiedersi:

1 - Se questa radicale riforma dello scopo della società possa essere suggerita attraverso lo strumento dei codici di autodisciplina o se debba invece essere attuata in via legislativa, dovendosi allora chiedere se su un piano europeo o nazionale;

2 - Nell’ipotesi in cui si prediliga l’intervento del legislatore, se vi sia spazio per un ruolo significativo del diritto societario (con una disciplina imperativa o prevalentemente lasciata alle scelte delle singole società) o se, in alternativa, i momenti di “trasformazione” debbano essere tendenzialmente affidati ad altre aree del diritto (diritto del lavoro, diritto ambientale, diritto tributario ecc.);

3 - Qualora risulti tra gli strumenti prescelti, se il diritto societario debba intervenire soltanto sui doveri fiduciari degli amministratori o se – ancor prima – debba ridefinire lo scopo della società;

4 - Nell’ipotesi, più probabile, di un intervento sul corporate purpose, se e come parzialmente ripensare il modello societario e come realizzare il bilanciamento tra i multiformi interessi in gioco, evitando che un’eccessiva discrezionalità dei manager si erga a problema insormontabile e di rottura.

Accesa è poi l’attenzione (in primo luogo in ambito europeo) sulla “sostenibilità”, nelle varie articolazioni della crescita sostenibile, della finanza sostenibile e della governance sostenibile. Il punto merita un chiarimento: il tema della sostenibilità deve essere affrontato non in modo autonomo, ma all’interno degli interrogativi che abbiamo appena visto. Come può il legislatore (nazionale o europeo) imporre o comunque favorire la sostenibilità (sia rispetto all’impresa, sia nella sua dimensione esterna) senza prima interrogarsi e prendere posizione sugli “scopi” della società? Talvolta la sensazione è che dietro ai temi della sostenibilità vi sia una voluta ambiguità per avanzare, più o meno cautamente, in una certa direzione, senza prendere posizione sul tema essenziale (anche per trasparenza di politica legislativa) del corporate purpose.

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