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Quattro miliardi da recuperare con scontrini e fatture on line

di Marco Mobili e Giovanni Parente


(Agf)

3' di lettura

L’obbligo di fattura elettronica tra privati è operativo da ieri. Mentre il secondo grande salto del fisco digitale è atteso per la seconda metà dell’anno, con l’avvio della trasmissione di scontrini e ricevute telematiche da parte di esercenti e commercianti con volume d’affari oltre 400mila euro. Il Fisco «4.0» con incrocio dei dati ed effetto compliance punta a incassare dalle due misure 2,3 miliardi in più già da quest’anno. Per poi raddoppiare il “bottino” del contrasto all’evasione entro il 2021, quando dovrebbe essere raggiunto il traguardo dei 4 miliardi. Un traguardo fissato dalle relazione tecniche delle manovre degli ultimi due anni che, oltre a modificare l’assetto del contrasto all’evasione soprattutto dell’Iva, puntano a far quadrare i saldi di finanza pubblica.

Del resto, gli 1,97 miliardi che lo Stato conta di incassare dalla fattura elettronica nel 2019 sono stato il paletto con il quale il Governo ha respinto le pressanti richieste di associazioni di categoria e professionisti di proroga. Per consentire un debutto un po’ meno traumatico è stata messa in campo la moratoria sulle sanzioni che per i contribuenti Iva con liquidazione mensile si allungherà fino a tutto il mese di settembre. Mentre da luglio scatterà la possibilità di emettere la fattura entro dieci giorni dall’effettuazione dell’operazione (cessione di beni o prestazione di servizi). Senza dimenticare il perimetro degli esoneri dall’obbligo di invio che, tra decreto fiscale e legge di Bilancio, si è allargato anche a medici e farmacisti che trasmettono già i dati al sistema Tessera sanitaria (Sts).

Saranno i prossimi giorni a stabilire se questo kit di primo intervento basterà ad attenuare l’impatto con una novità che per imprese, professionisti ma anche consumatori privati (seppur nel loro caso la ricaduta è stata fortemente attenuata in termini di oneri richiesti) che non ha precedenti nel fisco italiano. Il flusso di dati, che a regime dovrebbe toccare gli 1,8 miliardi di file all’anno, non è paragonabile, infatti, alla rivoluzione degli anni Novanta, ossia quando il sistema tributario passò dalla dichiarazione dei redditi su carta a quella telematica.

L’altra grande scommessa dell’amministrazione finanziaria arriverà a metà 2019 (a meno che non intervengano differimenti in corso d’opera) ed è legata ai corrispettivi. Detto in altri termini, si tratterà di mandare in archivio il vecchio scontrino per sostituirlo con un flusso di dati da inviare all’agenzia delle Entrate. Con una road map in due tempi: appunto dal 1° luglio di quest’anno per i soggetti con volume d’affari superiore a 400mila euro e poi dal 1° gennaio 2020 a tutti gli altri esercizi commerciali interessati. Una platea stimata complessivamente in 1,16 milioni di partite Iva interessate dal nuovo obbligo, che si riduce a 261mila per il debutto anticipato di luglio. Proprio questi ultimi soggetti dovranno subito portare in cassa i primi 340 milioni di recupero di lotta all’evasione. Poi con l’avvio generalizzato dal 2020 l’asticella della compliance è destinata a salire, garantendo secondo le stime poco meno di un miliardo e mezzo. Per poi arrivare a toccare nel 2021 quota 1,8 miliardi. A conti fatti, dunque, nel triennio dal Fisco digitale dovrebbero arrivare 2,3 miliardi nel 2019, 3,5 nel 2020 e poco più di 4 miliardi nel 2021.

Nel calcolo si considera anche il credito d’imposta per l’adeguamento dei vecchi o l’acquisto dei nuovi registratori di cassa da connettere telematicamente alle Entrate. Un’agevolazione inizialmente prevista dal decreto fiscale e per la quale la manovra ha modificato i diretti beneficiari: non spetterà più, infatti, ai costruttori o ai rivenditori di registratori ma agli esercenti che si doteranno dell’upgrade per essere in regola con i nuovi adempimenti.

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