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Quattro settimane in Tibet: viaggio in bici tra le catene dell’Himalaya

L’italiana Renata Andolfi ha pedalato da sola nell’India del Nord per una nobile causa, percorrendo quasi mille chilometri e sei valichi tra i quattromila e i cinquemila metri

di Dario Ceccarelli

4' di lettura

Non sono tempi propizi per mettersi in viaggio. Per andare lontano, per varcare quel confine, tra il certo e l'incerto che dovrebbe incuriosirci e invece ci inquieta. Qualcosa ci opprime. Sarà questo rimbombo continuo di cattive notizie, sarà questo mix contagioso di indefinita precarietà, il risultato è che s'abbassa la voglia di uscire dalla nostra cerchia protettiva.

Ecco perchè ci rallegriamo quando qualcuno di noi prova a superare questo linea d'ombra e s'inventa un viaggio lontano e non facilmente programmabile come una crociera o una vacanza in Grecia. Un viaggio dove tutto è diverso: le strade, il cielo, il clima, il cibo, la gente, il senso della fame e della sete. Un viaggio che ci obbliga a misurarci con noi stessi. Dove oggi va bene e domani chissà. Dove ci sono pochi medici e pochi ospedali. Dove non siamo quasi mai connessi. Dove alla sera, quando vai a dormire, riesce a vedere le stelle come se navigassi nello spazio. Riuscendo finalmente a realizzare che in questo mare di galassie siamo poco cosa, puntini ininfluenti in cui è dolce naufragare.

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In viaggio in bici tra le catene dell’Himalaya

In viaggio in bici tra le catene dell’Himalaya

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Questo viaggio qualcuno l'ha fatto. Si chiama Renata Andolfi, ha 57 anni, è nata a Torino, vive a Monza e di professione fa la fisioterapista. È bionda, piccola e scattante, un concentrato di energia, ma se la incontri dal panettiere mai e poi mai penseresti che abbia pedalato da sola nell’India del Nord attraverso l'imponente catena dell'Himalaya. Pensi che abbia voglia di scherzare e che, alla fine della chiacchierata, ti confessi la verità: che è andata qui vicino, magari con gli amici una settimana in Val d'Aosta o in Trentino.

E invece no, ostinata e testarda, continua a mostrarci foto che non ammettono dubbi: cieli sconfinati, improbabili sterrati selvaggi, ghiacciai primordiali, facce e mani scolpite nel legno e nella pietra. E la sua bici, una Gravel Monster Salsa Fargo con uno zaino minuscolo ma evidentemente capiente come il marsupio di Eta Beta, l’amico di Topolino che lasciandoti di stucco porta con sé qualsiasi cosa. Per i cultori della materia comunque il peso complessivo, tra bici e zaino, oscillava tra i 30 e i 35 chili.

E così Renata va avanti nel racconto. Dice che ha una passione sconfinata per la natura, e per le montagne, che sono la sua seconda casa. E che la bicicletta è sempre stata la sua compagna di viaggio. Fin da quando, 12enne, è andata con gli scout nelle montagne del Piemonte. Solo che da allora non si è più fermata, alternando ai pedali lo sci alpinismo. Questo fino a quando un doppio infortunio a un ginocchio l’ha spinta tornare al vecchio amore.

«Sì, è così…- spiega divertita - meglio non rischiare, in bicicletta posso ancora pedalare e girare il mondo».

Gira e rigira, sospinta anche dal nobile progetto di sostenere il Rescue Center di Olotoktok in Kenia, una fondazione che accoglie e aiuta giovani donne costrette a subire pratiche crudeli e deturpanti, Renata si è lanciata anche in questa nuova avventura. Un'avventura, se possibile, ancora più temeraria, ma affrontata con lo stesso spirito che, sempre in bicicletta, l'aveva portata in Africa nel 2019. Grinta e coraggio che sono importanti, però non bastano ad attraversare queste montagne al confine con il Pakistan e la Cina cominciando poi a pedalare da Daramsala, nello stato del governo tibetano in esilio, dove vive il Dalai Lama.

«In questo viaggio, di 4 settimane tra lo scorso agosto e settembre, ho dovuto mettere tutta me stessa», racconta Renata. «Tutte le mie esperienze, da quelle in bici e sugli sugli sci, a quelle indimenticabile e formative in Kenia. La preparazione fisica infatti non basta. Oltre a superare lo sforzo per l’altitudine e la scarsità di cibo, bisogna sapersi adattare a tutto».

Un programma da far tremare i polsi. Quasi mille chilometri in 20 giorni pedalati. Sei valichi tra i quattromila e i cinquemila metri. Le piogge monsoniche che rendono impraticabili le strade. «La mia intenzione, partendo da Daramsala, era di arrivare Keylong. Ma non è stato possibile. Così ho preso un bus e sono andata a Manali dove sono ripartita per Darcha, da dove ha inizio la nuova strada, tutta sterrata, inaugurata durante la pandemia. Una strada infernale che attraversa un valle chiusa, lo Zanskar, circondata da montagne alte settemila metri».

La stanchezza fisica è enorme. Ma è la testa che non riesce a seguire i muscoli.

«Si, non siamo più abituati a tante rinunce, Là non ci sono alberghi. Bisogna chiedere ospitalità ai monasteri, o ai nomadi che bivaccano in capanne di fortuna senza luce e acqua calda…».

Come in tutte le avventure all'improvviso scatta un colpo di scena. Un “Okay Houston, abbiamo un problema”. E vero?

«Si, diciamo così… All'inizio sono partita con un amico australiano, ma lui poi si è fermato. Mi quindi sono trovata davanti a una scelta secca: tornare indietro o proseguire da sola. Ho deciso in un paio d'ore, non c'era tempo da perdere. Mi sono fatta forza, pescando dal fondo delle mie energie. Mi consolavano i paesaggi, squarci di una bellezza assoluta. E poi ho trovato persone semplici che mi hanno aiutato. La gente del posto è molta curiosa, molto amichevole. Qualcuno mi ha fermato per chiedermi dove andavo e perchè lo facevo. Una donna sola... in bicicletta.... Una solidarietà non scontata. Un calore che mi ha dato nuove energie.

Non l'ho fatto solo per me, dice Renata, temendo di lasciare in ombra lo scopo principale del suo viaggio, e cioè la raccolta di fondi a favore delle bambine del Kenia. Però inevitabilmente, ripercorrendo le tappe della sua avventura, ritorna in quei luoghi lontani dove il monsone alterna acqua a catinelle a improvvisi squarci d’azzurro con temperature che oscillano tra i cinque e i 25 gradi.

La nostra esploratrice cita altri posti (Zangla, Photoskar, Lamayuru, Leh, la Nubra Valley) in cui francamente ci perdiamo solo a scriverli.

Parla anche di un passo, il Kardung, a 5365 metri, che fa venire le vertigini solo a immaginarlo, figuriamoci superarlo in bicicletta. «Ogni giorno ha la sua alba, ogni sogno il suo tramonto», ammonisce un vecchio proverbio orientale che non aveva però fatto i conti con la tenacia e il coraggio di Renata.

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