PROTEZIONISMO COMMERCIALE

Quattro società che ringraziano Trump per i dazi sui pannelli solari

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Un impianto di pannelli solari ad Albuquerque, nel New Mexico (Ap)


2' di lettura

Gli Stati Uniti tornano all’offensiva sui pannelli solari. L’Amministrazione Trump ha infatti deciso di imporre dazi fino al 30% sulle celle solari importate nel Paese, dazi che scenderanno al 15% dal quarto anno. I primi 2,5 gigawatt di celle solari importati saranno invece a dazio zero. È evidente chi perderà in seguito a questa decisione: i produttori cinesi - Pechino è di gran lunga il primo produttore al mondo - le società americane che installano pannelli (che vedranno salire i prezzi, dovranno scaricarli sui consumatori e secondo l’Associazione Usa di settore perderanno 23mila posti quest’anno), le imprese energetiche che hanno investito nel fotovoltaico. C’è però anche chi ci guadagna, come sottolinea l’agenzia Bloomberg. Ecco quattro aziende che con ogni probabilità trarranno beneficio dai nuovi dazi.

First Solar
L’azienda dell’Arizona, che produce una parte dei suoi pannelli solari negli Stati Uniti, è considerata la più ovvia vincitrice. Gli investitori si sono riposizionati sul titolo da quando le voci di nuove misure protezionistiche hanno cominciato a circolare. Il titolo è così salito dai 50 dollari fine ottobre agli oltre 70 dollari di oggi nel pre-mercato al Nasdaq. Gordon Johnson, considerato da sempre un ribassista sul settore dei pannelli solari, è entrato sul titolo First Solar questo mese con una raccomandazione di acquisto e un obiettivo di prezzo a 95 dollari.

La Gigafabbrica di Tesla
La società guidata da Elon Musk ha aperto di recente una gigabbrica a Buffalo, nello stato di New York, in collaborazione con Panasonic. L’impianto produce componenti per l’energia solare e quindi potrebbe beneficiare dei nuovi dazi americani. In una nota diffusa lunedì Tesla ha annunciato che è impegnata nell’espansione della sua produzione di attrezzature per l’industria del solare «indipendentemente dalla decisione sui dazi».

SolarWorld e Suniva
Sono le due società che hanno fatto pressione sul governo americano perché varasse i dazi. Suniva aveva chiesto tariffe all’import di 32 centesimi per watt, mentre la decisione di Trump si traduce in dazi di 10 centesimi a watt. Un vantaggio comunque, che potrebbe migliorare il business e la posizione debitoria delle due aziende, già coinvolte dalla più ampia disputa commerciale Usa-Cina scoppiata nel 2012, quando gli Stati Uniti - sotto la presidenza Obama - imposero dazi antidumping del 31%, con punte del 250% per alcune aziende, sulle importazioni di moduli fotovoltaici cinesi. Suniva ha ringraziato Trump «per aver messo la Cina di fronte alle sue responsabilità», mentre Solarworld ha «apprezzato il duro lavoro di Trump» e si è detta fiduciosa che le nuove tariffe serviranno a ricostruire l’industria americana dei pannelli solari.

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