Interventi

Quattro transizioni per gettare le basi di una nuova società

di Donato Ferri

3' di lettura

Con l’invio a Bruxelles del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) elaborato dal governo si apre una fase nuova. Alcuni segnali incoraggianti sull’uscita dalla crisi sono già visibili. A febbraio, l’Istat ha registrato l’interruzione del calo nel numero degli occupati che proseguiva almeno da settembre dello scorso anno. Questo conferma una dinamica globale secondo la quale il recupero dell’occupazione sarà più rapido di quanto osservato nelle crisi precedenti. Le campagne di vaccinazione stanno supportando queste previsioni. In Italia, quest’anno si dovrebbe tornare a crescere per più del 4% ma, come ha ricordato il governatore di Banca d’Italia, la ripresa non sarà veloce e facile. Il grande dispiego di risorse pubbliche ha consentito di difendere la capacità produttiva delle imprese e limitare le perdite di posti di lavoro. Il Pnrr potrà fornire un’ulteriore spinta, poiché è disegnato per stimolare la domanda aggregata in alcuni dei settori più tecnologicamente avanzati, incidendo sulla produttività, con effetti immediati anche sui sistemi dell’offerta e, quindi, sull’occupazione.

Complessivamente possiamo attenderci un rimbalzo dell’economia comparativamente rapido rispetto alla crisi del 2008 e, soprattutto, una diversa qualità del modello di sviluppo economico. Il pacchetto Next Generation Eu, in cui si inseriscono gli interventi del Pnrr, e la logica stessa che la Commissione europea ha voluto dare al programma, ci costringe a guardare oltre. Ed effettivamente si colgono alcune comuni tracce di futuro nei Piani pervenuti all’Unione: un digitale più pervasivo nel semplificare la vita dei cittadini in settori come la scuola, la sanità e i servizi e più rispettoso dei diritti delle persone; una transizione energetica che può realmente trasformare il modo in cui funzionano le aziende, le nostre città e i luoghi di vita e di lavoro. Basterà? Forse è solo un primo passo, se si guarda ai poderosi piani di rilancio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden e alle riprese già in atto sul versante asiatico, ma è un passo significativo soprattutto perché segna l’uscita dalla politica dell’austerità degli ultimi anni.

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Guardando all’Italia, viene da chiedersi cosa renderà concreta, riforme a parte, la promessa di trasformazione della società contenuta nel Pnrr. Per le aziende si apre una fase nuova dei processi di innovazione dove l’imperativo sarà la capacità di interpretare i cambiamenti della domanda di beni e servizi. Purpose e sostenibilità sono i segni attraverso i quali si sta manifestando mediaticamente una nuova economia di significati. Mercati finanziari e consumatori si sono già alleati per scuotere le inerzie del sistema industriale. Cambieranno le variabili delle equazioni di marginalità dei modelli di business, le organizzazioni e le modalità stesse delle aziende di anticipare il futuro. Il tutto all’interno di una cornice geografica dove a livello europeo si condivideranno non solo nuove regole fiscali e di finanza pubblica, ma valori culturali e, si auspica, politiche economiche e industriali comuni. Una conseguenza e una causa di questa stagione economica, sarà la trasformazione del lavoro. Già prima della crisi, come mostrano i dati Istat e Unioncamere, le aziende che avevano investito nel digitale assumevano di più. Oggi sono loro a crescere più velocemente.

Un recente studio predittivo sulla domanda di competenze, condotto da EY insieme a Pearson e Manpower, dimostra che più della metà delle professioni attualmente censite evolveranno in modo non lineare tramite processi di fusione, scissione e ibridazione delle competenze. Non c’è scelta: le aziende dovranno prevedere un costo molto più alto che in passato per la formazione e si dovranno iniziare a occupare di motivazione e benessere delle persone. Siamo a un punto di svolta nel percorso di crescita del Paese e nelle dinamiche del mercato del lavoro con le quali ci siamo confrontati negli ultimi 30 anni. Una volta tanto viviamo un’esperienza comune a quella di altri Paesi europei che come noi stanno cercando nuovi valori e significati in questa ripresa. Le 4 transizioni – digitale, energetica, demografica ed educativa – sono prima di tutto elementi culturali e costitutivi di una nuova realtà sociale italiana ed europea. Una sfida comune su cui possono e devono convergere gli interessi di cittadini, Stati e imprese.

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