lo scontro con il wsj

Quei 75 miliardi di aiuti statali, così Huawei è diventata un gigante delle Tlc

Scontro aperto fra il quotidiano e il colosso cinese degli smartphone. L’azienda risponde al report pubblicato dal WSJ sugli aiuti statali al gruppo

di Biagio Simonetta

Su Huawei inutili le furbizie: ci scontreremo con gli americani

Scontro aperto fra il quotidiano e il colosso cinese degli smartphone. L’azienda risponde al report pubblicato dal WSJ sugli aiuti statali al gruppo


4' di lettura

È scontro aperto fra Huawei e il Wall Street Journal. Dopo che il quotidiano statunitense ha pubblicato un lungo report sugli aiuti statali che avrebbero permesso al colosso cinese di diventare una delle aziende più potenti al mondo, da Shenzhen è arrivata una replica molto sentita. Un capitolo che, a cavallo di Natale, riacuisce le tensioni fra Stati Uniti e Cina, dopo un accordo commerciale che nei giorni scorsi ha fatto brindare le borse.

Le accuse mosse dal Wall Street Journal sono pesanti. Perché nascondono, tra le righe, una sorta di legittimazione al chiacchiericcio occidentale secondo cui Huawei sarebbe un'azienda molto vicina al governo di Pechino. E rafforzano – di fatto - i timori di Donald Trump, che ritiene Huawei un nemico della sicurezza nazionale americana, bloccando ogni accordo commerciale con le aziende Usa e ogni forma di partecipazione alla realizzazione delle reti 5G negli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

Il report del WSJ
Tutto inizia il 25 dicembre, con il Wall Street Journal che pubblica un lungo report dal titolo eloquente: «Il sostegno statale ha aiutato ad alimentare l'ascesa globale di Huawei». Il quotidiano newyorkese riporta alcuni dati, evidenziando quattro diversi modi in cui lo stato cinese avrebbe aiutato Huawei nella sua crescita esplosiva a diventare una delle più grandi aziende al mondo nel campo tecnologico: 46 miliardi di dollari di prestiti, linee di credito e altri finanziamenti da istituti di credito statali; 25 miliardi di agevolazioni fiscali; 2 miliardi di sconti sugli acquisti di terreni; 1,6 miliardi in sovvenzioni. In totale, circa 75 miliardi che avrebbero permesso a Huawei di diventare Huawei, insomma.

Alla base del report, i dati prelevati da registri pubblici tra cui dichiarazioni aziendali e documenti catastali. Il Journal ha verificato la sua metodologia con alcuni analisti, tra cui Usha Haley, professore presso la Wichita State University e Good Jobs First, un'organizzazione di Washington, DC, che si focalizza sugli incentivi fiscali e fornisce dati sui sussidi. Nel 1999, secondo il Journal, fu il governo di Pechino a predisporre un insolito intervento per salvare la società da accuse di frode fiscale. Un fatto che ancora oggi fa molto discutere.

Ma nel complesso, l'inchiesta del quotidiano americano descrive uno stato di cose abbastanza singolare: le sovvenzioni ufficiali nei confronti di Huawei, divulgate nelle relazioni annuali, ammonterebbero a 1,6 miliardi di dollari, dal 2008. E nel quinquennio 2014-2018 sarebbero state 17 volte più grandi dei sussidi simili a favore di aziende come la finlandese Nokia e la svedese Ericsson, principali competitor globali per le infrastrutture di Rete 5G.

Oltre ai sussidi, dal 1998 Huawei avrebbe ricevuto circa 16 miliardi di dollari in prestiti, crediti all'esportazione e altre forme di finanziamento da parte di banche cinesi. Il sistema bancario cinese, controllato dallo Stato, sostiene prestiti a basso costo. E secondo il Journal, le strutture di prestito statali per Huawei sono state tra le più grandi della storia. In tutto questo, il ministero degli Esteri cinese ha affermato che Huawei è una società privata «come molte altre in Cina», e che i suoi risultati «sono inseparabili da un buon contesto politico».

La replica di Huawei
Ma non si è fatta attendere la replica di Huawei, che ha anche annunciato un'azione legale contro il quotidiano con sede a New York. L'azienda di Shenzhen ha rigettato ogni accusa con una serie di tweet e un lungo statement. «Ancora una volta – scrivono dal colosso cinese – il Wall Street Journal ha pubblicato falsità su Huawei. Questa volta, le accuse selvagge sulle finanze di Huawei ignorano i nostri 30 anni di investimenti dedicati in ricerca e sviluppo, che hanno guidato l'innovazione e l'industria tecnologica nel suo insieme».

E poi ancora: «negli ultimi 30 anni, abbiamo investito il 10-15% delle entrate annuali in attività di ricerca e sviluppo. Nel 2018 abbiamo speso 15 miliardi, facendo di Huawei la quinta azienda al mondo per investimenti in questo campo. Abbiamo investito oltre 4 miliardi dollari nello sviluppo della tecnologia 5G, più di tutti i principali distributori statunitensi e europei messi insieme». Sulle agevolazioni «il rapporto con il governo cinese non è diverso da qualsiasi altra società privata che opera in Cina.

Non abbiamo mai ricevuto un trattamento speciale. Negli ultimi 10 anni, il 90% del nostro capitale circolante proviene dalle nostre operazioni commerciali. Ogni azienda tecnologica in Cina ha diritto a sussidi, purché soddisfi determinate condizioni. Nell'ultimo decennio, abbiamo ricevuto sussidi statali pari a meno dello 0,3% delle nostre entrate totali annue. Il dato era dello 0,2% per il 2018».

Al di là dei dati, emerge uno scontro ancora vivo fra gli Stati Uniti e Huawei. E molti, sui vari canali social, fanno già notare come anche alcune big statunitensi della tecnologia, come Amazon, abbiano beneficiato di agevolazioni statali su prestiti e fisco. Una storia tutta da scrivere.

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