il libro-inchiesta

Quei buoni postali con il rendimento dimezzato

Numerosi cittadini investirono nei buoni postali, attratti da un “rifugio” sicuro per i propri risparmi e dai rendimenti allettanti. Nel 1986, però, la corsa dei tassi di interesse cambia rotta e il provvedimento è retroattivo. Per molti, a scadenza, è stata una amara sorpresa

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Numerosi cittadini investirono nei buoni postali, attratti da un “rifugio” sicuro per i propri risparmi e dai rendimenti allettanti. Nel 1986, però, la corsa dei tassi di interesse cambia rotta e il provvedimento è retroattivo. Per molti, a scadenza, è stata una amara sorpresa


4' di lettura

Il lavoro a tempo indeterminato, i primi guadagni, la sensazione di sicurezza economica che si sta gradualmente materializzando, il desiderio di garantirsi un piccolo tesoretto per il futuro, quando arriverà il momento della pensione. Così, P. C. – uno dei molti risparmiatori coinvolti in questa vicenda – nel 1983 decide di «sottoscrivere quattro buoni postali da un milione di lire l’uno. I rendimenti ¬– racconta – erano interessanti e avevo pensato di investire in qualcosa di certo, senza rischi». E cosa c'è, o meglio: «cosa c'era di più sicuro dei buoni postali?» si chiede P. C.

Sono in molti a pensarla, giustamente, allo stesso modo: tra questi anche i genitori di R. T., un altro cittadino che preferisce mantenere l’anonimato. «Negli anni 80 – ricorda – i miei decisero di investire dei soldi per il mio futuro. Allora ero ancora un ragazzino: sarebbero serviti per l’università o per altre esigenze, una volta diventato maggiorenne e adulto».
Quei buoni postali stanno lì, silenziosi, di loro quasi ci si dimentica, e anno dopo anno maturano gli interessi allettanti promessi dal contratto.
In molti casi i sottoscrittori portano i loro buono alla scadenza massima prevista, trent'anni.

Così è accaduto anche ai quattro buoni da un milione di lire l’uno di P. C. «Li ho riscattati nel 2014: mi sono stati liquidati poco più di trentamila euro ». Peccato che «rispetto rispetto al rendimento indicato al momento della sottoscrizione mancassero circa 40mila euro».
La situazione è simile per l’altro sottoscrittore: unica differenza l'entità della somma teoricamente maturata – decisamente più alta – e di conseguenza anche la differenza in valore assoluto rispetto a quanto ottenuto al momento della liquidazione.

Una doccia fredda. Che riguarda anche diversi altri risparmiatori italiani sottoscrittori di buoni postali negli anni ottanta.
Le loro storie e la complessa e incerta battaglia giuridica nel tentativo di vedersi riconosciuto quanto ritengono sia in loro diritto sono raccontate nel libro “Mastercash – Ricette agrodolci per il risparmio in buoi postali” scritto da Marta Buffoni - novarese che di mestiere fa l’avvocato e che segue direttamente le vicende di alcuni cittadini accomunati dalla medesima vicenda – e con la postfazione di Gianfranco Ursino, giornalista ed esperto di risparmio del Sole 24 Ore.

Fino ai primi anni ’80 del XX secolo i buoni postali fanno molta gola ai cittadini. È anche il frutto di una politica mirata del Comitato centrale buoni postali che, racconta Marta Buffoni nel libro, «negli anni a cavallo tra il 1970 e il 1974 tenta di rilanciare il risparmio postale mediante un piano pubblicitario programmato», per invertire un andamento non proprio positivo della raccolta. La strategia funziona, anche per un altro motivo.

Cosa succede? Nel 1974 il governo adotta il decreto legge 460 (poi convertito nella legge 588/1974) che prevede la possibilità di estendere ai buoni già circolanti i tassi di rendimento fissati per le serie di nuova emissione. Detta in sintesi, questo decreto si rivela una manna: con la raccolta non entusiasmante «il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio approva consistenti aumenti del tasso di interesse sui libretti e sui buoni» con l’obiettivo di rendere più appetibile la sottoscrizione. Dal 1974 al 1985 si contano diverse nuove emissioni di buoni postali con modifiche al rialzo dei tassi di interesse che si estendono alle serie precedenti. Come spiega Marta Buffoni, questo fatto «scatena una sorta di corsa all’investimento postale, che consente il collocamento di un numero di titoli attualmente non stimabile».

Purtroppo per P. C., per il suo “collega di sventura” e per molti come loro, nel 1986 viene adottato il decreto ministeriale 148, che istituendo una nuova serie di buoni postali denominata dalla lettera progressiva Q «abbatte – si legge nel libro Mastercash – praticamente dimezzandoli, i tassi di rendimento e ne prevede l'estensione a tutte le serie precedenti». Il nuovo decreto viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma questo, come dimostrerebbero le storie raccontate nel libro e le testimonianze dei sottoscrittori, non garantisce una capillare diffusione dell’informazione e degli effetti sui rendimenti dei buoni emessi anche negli anni precedenti.

I sottoscrittori interpellati sostengono di non aver mai ricevuto presso gli uffici postali comunicazioni relative alla modifica dei rendimenti. In realtà, come spiega Marta Buffoni, «la legge speciale che regola la materia richiede che quel tipo di modifiche al contratto sia pubblicato non solo sulla Gazzetta Ufficiale ma pubblicizzato anche negli uffici postali» proprio per raggiungere il maggior numero possibile di cittadini interessati.
Il libro “Mastercah” – che sarà al centro di un incontro-dibattito giovedì 24 ottobre a Milano, alle 18,30 a Isola Libri, in via Pollaiuolo – affronta le innumerevoli sfaccettature di una vicenda complessa, che coinvolge un gruppo importante di risparmiatori, e presenta aspetti legali e finanziari destinati a fare “storia” a modo loro. La facoltà di estendere le modifiche dei rendimenti alle serie di buoni postali precedenti viene abrogata soltanto nel 1999.

Di fronte alla sorpresa di vedersi liquidare la metà circa di quanto si aspettavano, molti cittadini decidono di ricorrere all’assistenza legale. È la strada scelta anche da P. C. e da R. T., con una prima, parziale, buona notizia: «Abbiamo ottenuto dal giudice il decreto che obbliga a versare la quota mancante – spiega P. C. – È un riconoscimento importante anche se sappiamo benissimo che la vicenda non è chiusa». In questo come in altri casi, infatti, è stata avviata un’opposizione. E, come si sa i tempi della giustizia sono lunghi e gli esiti incerti.

Nella sua postfazione, Gianfranco Ursino ricorda una regola importante: «Il risparmiatore che va allo sportello deve sempre partire dal presupposto che la relazione con banche e poste non potrà mai essere idilliaca, perché l'interesse degli intermediari finanziari finisce laddove inizia l'interesse del cliente. E quest'ultimo deve essere conscio che nessuna legge o authority può tutelarlo più di se stesso e deve quantomeno fare la sua parte informandosi, senza abbassare mai la guardia».

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