Societa

Quei dossier americani sulla rinascita italiana

di Valerio Castronovo

(Chromorange Photostock / AGF)

3' di lettura

All’indomani della Liberazione, alla fine di aprile del 1945, i funzionari del Dipartimento di Stato si erano trovati ad esaminare un rapporto sull’Italia, firmato da Adlai Stevenson (futuro candidato per il Partito democratico alla Casa Bianca) e da lui trasmesso a Washington in febbraio, quando era a capo di una missione economica americana della Penisola. In questa relazione venivano formulate alcune riserve di fondo sull’opportunità di un eventuale piano di aiuti consistenti per la riattivazione del nostro apparato produttivo. Di conseguenza, salvo per le aziende che risultassero essenziali alle «necessità minime della popolazione in varie zone» si sarebbero dovute lasciar cadere quelle «attività anti-economiche generate dalla concentrazione industriale per scopi bellici o dalle politiche autarchiche»: ossia, in pratica, le principali imprese finite sotto le cure e l’egida dell’Iri.

Più o meno analoghe erano le opinioni espresse dopo la fine della guerra dagli esperti americani dell’Investment and Economic Development Division e dell’International Resources Division. Nelle istruzioni impartite nel luglio del 1943 all’ambasciata americana a Roma, essi raccomandavano di prendere in considerazione solo la possibilità di reintegrazione delle “industrie naturali”, alimentari e tessili, escludendo in linea di massima le imprese metalmeccaniche e siderurgiche, proprio quelle che si trovavano in maggiori difficoltà: non tanto per le distruzioni subite dai loro impianti durante la guerra (pari in media a non più del 10% del totale), ma per la scarsità d’energia, la mancanza di materie prime (ottenibili solo con importazioni a caro prezzo) e l’insufficenza di trasporti.

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Alla fine della guerra le autorità alleate d’occupazione erano convinte che l’industria italiana non ce l’avrebbe fatta a risollevarsi. Mancavano combustibili e materie prime essenziali. E per il momento, al di là della provvista di alcuni generi alimentari di prima necessità, gli Usa non intendevano prendersi carico di altri rifornimenti.Tant’è che una missione economica italiana (guidata dall’amministratore delegato della Banca Commerciale Raffaele Mattioli, accompagnato dal condirettore della Comit Enrico Cuccia e da un rappresentante della Confindustria, Quinto Quintieri) era tornata dagli Stati Uniti a Roma nel marzo del 1945 pressoché a mani vuote. Dopo di allora il nostro ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, aveva faticato a farsi ascoltare. Non solo i governanti americani erano assediati da tanti postulanti, ma non annettevano per il momento particolare importanza al nostro Paese e nutrivano più sospetti che simpatie nei confronti dei partiti del CLN. Temevano che i socialisti e i comunisti avrebbero finito per prendere il sopravvento nei primi governi
d’unità nazionale.

È pur vero che il nostro addetto commerciale a Washington Egidio Ortona s’era adoprato per attrarre «l’attenzione degli organi decisionali» sui problemi che assillavano l’Italia, e per creare «un’intelaiatura di rapporti personali» con vari politici, funzionari e giornalisti, affinchè appoggiassero i nostri diplomatici nel sollecitare l’inoltro di aiuti economici all’Italia da parte dell’amministrazione americana. Ma unicamente per vie private, attraverso i canali delle banche, si poteva sperare di procurarsi un po’ di dollari dagli Stati Uniti per cominciare l’opera di ricostruzione. Tuttavia fu quanto avvenne solo parecchi mesi dopo, ai primi di novembre del 1945, quando la Bank of America accolse l’appello rivoltole fin da febbraio del governo del Sud, presieduto allora da Ivanoe Bonomi: così che il suo presidente Amedeo Giannini venne in Italia per incontrare alcuni industriali ed esaminare di persona le loro richieste. Alla fine di un giro prolungatosi per sei settimane, Giannini s’era detto disposto ad accordare una serie di prestiti che agevolassero la ripresa dell’industria. Ma aveva fatto capire che se ne sarebbe potuto riparlare concretamente solo in presenza di un «nuovo e forte governo». Un governo che desse «l’impressione di sicurezza, ordine e disciplina», in grado di riscuotere la fiducia degli ambienti economici americani. La questione dei finanziamenti americani non era legata soltanto all’affidabilità del governo italiano, ma continuava a dipendere dalle funzioni che gli Stati Uniti attribuivano all’Italia nell’ambito della loro strategia internazionale. L’entourage del presidente Truman non aveva ancora elaborato in proposito un indirizzo preciso. E in Gran Bretagna il leader laburista Clement Attlee era impegnato a risolvere gravi problemi interni. Ciò che comunque contava era l’atteggiamento del governo di Washington. E a questo riguardo era ancora incerto
quale sarebbe stato il suo responso.

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