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Quei voti cruciali per il futuro dell’Europa

di Adriana Cerretelli

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3' di lettura

Forse mai come in questi tempi di sorprese e incertezze globali diventa sfacciatamente palese, quasi tangibile, l’interazione tra dinamiche interne e internazionali, il loro straripamento inevitabile dall’alveo naturale: locale, nazionale, regionale. E viceversa. Il fenomeno è più palpabile che altrove in Europa perché ce l’abbiamo davvero in casa: l’Europa siamo noi a qualsiasi livello, nato e cresciuto in decenni di interdipendenza sempre più approfondita.

E così tra oggi e domenica, in un lungo weekend elettorale consumato tra Gran Bretagna, Francia e Italia, si giocherà un bel pezzo del futuro dell’Europa insieme alle sorti del Governo inglese, della presidenza francese, della stabilità politica italiana anche alla luce del test delle amministrative.

Sembrava dovesse riguardarci solo marginalmente la scommessa del voto anticipato lanciata da Theresa May, sicura di stravincere e ottenere la mani libere per negoziare Brexit a modo suo, a muso duro guardando al mondo e non più di tanto alla piccola Unione della porta accanto. Sbagliato. Per almeno tre ragioni.

Se la vittoria del leader laburista Jeremy Corbyn domani appare improbabile, il trionfo di May lo sembra altrettanto. Il nuovo Governo potrebbe dunque ritrovarsi non più forte ma più debole al tavolo delle trattative con l’Europa. Con esiti tutti da scoprire per entrambi.

Anche perché nel frattempo il silenzio di Donald Trump a Bruxelles sull’art. 5 del Trattato Nato non solo ha reso più fragile l’impegno alla solidarietà atlantica in caso di attacco a uno dei suoi membri ma ha contestualmente allentato il tradizionale rapporto privilegiato anglo-americano. Non basta. A Washington non si plaude più alla Brexit né si parla di accordi di libero scambio bilaterali tanto cari agli inglesi anti-Ue. In breve, lo shock che ha sconvolto Angela Merkel a Berlino ha colpito con violenza perfino maggiore May a Londra.

Il terrorismo è tornato a uccidere con metodo e frequenza incalzanti né promette tregua nel momento in cui l’incomunicabilità tra Europa e Stati Uniti indebolisce la coesione occidentale. Se la Germania della Merkel reagisce invitando l’Europa a tornare padrona del proprio destino, dunque a ritrovare unità, la Gran Bretagna della May scopre che il suo isolamento non sarà splendido. Ripensamenti?

Sarebbero più che logici. Oggi Europa e Gran Bretagna avrebbero più che mai bisogno l’una dell’altra: di sinergie e interdipendenze accresciute. Ma Brexit non è stata una scelta meditata e razionale. Per questo è difficile fare retromarcia.

Però qualche dubbio comincia ad affacciarsi. Un sonoro schiaffo alla May potrebbe aumentarli. E tradursi alla fine in un divorzio amichevole, ridotto al minimo imposto dalle reciproche convenienze.

Anche se ora ha assunto una posizione intransigente, la Germania è sempre stata riluttante alla separazione. Molto dipenderà anche dalla Francia di Emmanuel Macron, che spera nelle legislative (domenica il primo turno) per procurarsi la maggioranza parlamentare che non ha. I pronostici gli sono molto favorevoli. Il suo piano di rilancio dell’Europa passa per una nuova vittoria alle urne che gli dia i margini di manovra indispensabili per fare le riforme nel Paese, passaggio obbligato per la convergenza economica con la Germania, una riforma equilibrata dell’Eurozona insieme alla riscoperta delle affinità elettive con Berlino.

E l’Italia? Mentre la scena politica europea sembra decongestionarsi grazie al contenimento dei partiti nazional-populisti e alla crescita economica che si va ovunque consolidando, il nostro Paese sembra ineluttabilmente scivolare verso una governabilità incerta, spezzettata.

Se non avessimo un debito al 133% del Pil, se il quantitative easing della Bce e i bassi tassi di interesse potessero durare in eterno, la prospettiva non sarebbe preoccupante più di tanto: sono quasi tre mesi che l’Olanda cerca di darsi un nuovo Governo, il Belgio è sopravvissuto senza per oltre un anno e mezzo, la Spagna per più di dieci mesi.

Invece il fardello che ci portiamo dietro combinato con un tasso di crescita (metà della media dell’Eurozona) che alla lunga lo rende insostenibile, le possibili elezioni anticipate con lo spettro dell’instabilità politica all’orizzonte stanno riproponendo la “questione italiana” in Europa. Non a caso, i mercati cominciano a muoversi e si guarda con estrema attenzione al test delle amministrative.

Mentre l’Europa si prepara a riaprire i cantieri per rifarsi un futuro, l’Italia dovrebbe fare di tutto per scongiurare gli attacchi della speculazione e il pericolo di ritrovarsi commissariata e ai margini della nuova storia europea. Il rischio è reale: va evitato a tutti i costi.

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